martedì 29 dicembre 2009

SCRIPTA MANENT

In questi giorni di feste e di riunioni conviviali, si discute come non mai ( quando non si gioca a carte), specie con i miei figli, rientrati in occasione delle vacanze, che non disdegnano conversazioni a carattere, diciamo così, impegnato.

Tante sono le parole proferite e mi chiedo quante di quelle pronunciate abbiano lasciato veramente un segno, siano cioè state giudicate degne di essere ricordate.

Capita poi più spesso che si abbia voglia di ripensare agli argomenti affrontati e di ricordare a mala pena le opinioni di questo o di quello e le relative argomentazioni.

Questo è il vero vantaggio di avere un blog: puoi ripassarti le coversazioni, i commenti e vedere dove hai veramente sbagliato o colto nel segno, quali sono state le reazioni degli altri, ed infine, come è cambiata la tua opinione nel tempo e col contributo degli altri.

Oltre al fatto di aver lasciato una traccia di te che sopravviverà probabilmente alla tua stessa esistenza.

Scripta manent: ciò che è scritto rimane.

martedì 22 dicembre 2009

COME PINOCCHIO

Scusate se ho eliminato il mio vecchio nick- name senza avvertire.

E' stato una specie di raptus: all'improvviso non mi sono più riconosciuta in quel nick e ho sentito il bisogno di farmi chiamare e di firmarmi col mio vero nome.

Come Pinocchio, che all'improvviso scopre di non essere più un burattino ma un bambino vero.

Ma sono sempre io. La mia e-mail è rimasta uguale e lì sono sempre Kinnie51.

sabato 19 dicembre 2009

MARX AVEVA PREVISTO TUTTO?

Non sono mai stata un'appassionata del marxismo, anzi vorrei dire che non ho mai letto Marx fino ad oggi.

Devo dire che mi ha trovato concorde su molte cose, che secondo me l'impostazione è giusta.

E' l'epilogo che lui propone che non mi convince, o forse non si è ancora realizzato: quello cioè della rivoluzione armata contro le forze del capitalismo.

Veramente una specie di rivoluzione in atto c'è, anche se non si serve di armi vere, ma delle armi del discredito, della colpa, delle campagne mediatiche. Insomma una guerra di parole, ma questo è proprio il risultato dei nostri tempi e delle esperienze nefaste che abbiamo vissuto quando ci siamo affidati alla violenza "vera".

Per Marx:

La società comunista è «l'unità essenziale [...] dell'uomo con la natura, la vera resurrezione della natura, il naturalismo compiuto dell'uomo e l'umanesimo compiuto della natura.

Egli infatti dice:

Poiché gli esseri umani non vivono isolati in sopramondi ma in determinate comunità e nell'immediato contatto con la natura, occorre analizzare tanto i rapporti che essi istituiscono fra di loro - la loro organizzazione sociale - quanto quelli istituiti con la natura, ossia il modo con il quale essi si appropriano e trasformano la natura. I due rapporti non sono scindibili.

Cioè il rapporto Uomo-natura è inscindibile

Poiché gli uomini non sono nemmeno puro spirito, essi devono produrre i propri mezzi di sussistenza, con i quali «producono indirettamente la loro stessa vita materiale», e poiché i mezzi di sussistenza si producono sempre in un qualche modo determinato, quel modo di produrre è già «un modo determinato di estrinsecare la loro vita, un modo di vita determinato [...] Come gli uomini esternano la loro vita, così essi sono. Ciò che essi sono coincide immediatamente con la loro produzione, tanto con ciò che producono, quanto col modo come producono. Ciò che gli individui sono dipende dunque dalle condizioni materiali della loro produzione».

Qui c'è il cardine del materialismo storico marxiano:

«anche le idee, le opinioni e i concetti, insomma, anche la coscienza degli uomini, cambia col cambiare delle loro condizioni di vita, delle loro relazioni sociali, della loro esistenza sociale. Cos'altro dimostra la storia delle idee, se non che la produzione intellettuale si trasforma assieme a quella materiale? Le idee dominanti di un'epoca sono sempre state soltanto le idee della classe dominante

Le ideologie non possono avere vita propria a prescindere dai rapporti col mondo sociale ed economico ( ecco perchè i filosofi farebbero bene ad appoggiarsi alle altre scienze sociali.)

È la divisione del lavoro intellettuale e manuale che produce all'interno della stessa borghesia i suoi ideologi, gli intellettuali apologeti, in buona o cattiva fede, dei valori politici, economici, religiosi, morali, giuridici, elaborati in sistemi filosofici e sociologici, riportati ed esaltati nelle interpretazioni dei fatti storici, separando tali idee dominanti dai rapporti che caratterizzano il modo di produzione della società, credendo e propagandando la falsa teoria del dominio storico delle idee le quali si svilupperebbero attraverso un loro moto interno e indipendente.

E' un' invocazione all'unità della cultura.

Tali ideologie, o false coscienze, non possono trasformare la struttura sociale ed economica, come alcuni ideologi, più o meno ingenuamente, possono ritenere, essendo esse stesse il prodotto delle relazioni umane materiali che giustificano spiritualmente i rapporti di produzione esistenti e diventano strumento di conservazione del dominio di classe, del potere politico. Non è la critica o il pensiero che riflette su sé stesso, ma è la rivoluzione la forza motrice della storia.

Anche la borghesia quindi è intrinsecamente rivoluzionaria:

Il suo carattere rivoluzionario ha permesso un'accelerazione di trasformazioni quali non si erano viste in migliaia d'anni. Ha sviluppato come non mai la scienza e la tecnica, ha assoggettato la campagna alla città, ha creato metropoli, ha costretto tutte le nazioni ad adottare il sistema di produzione capitalistico, pena la loro rovina: «In una parola: essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza».

Ed ecco che qui ci avviciniamo maggiormente alle problematiche più attuali:

Intensificando al massimo la produzione per l'ottenimento del massimo profitto, si favorisce una crisi di sovrapproduzione, si deve distruggere parte della produzione e delle forze produttive perché il capitale possa perpetuarsi; deve distruggere ricchezza e provocare miseria per produrre nuova ricchezza.

Nel passo precedente c'è il cardine della dinamica capitalistica.

« Nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L'insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere ma è, al contrario, il loro essere sociale a determinare la loro coscienza [...]. A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (il che è l'equivalente giuridico di tale espressione) entro i quali queste forze fino ad allora si erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono nelle loro catene. E allora subentra un'epoca di rivoluzione sociale.
Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura. »

Per una migliore comprensione delle dinamiche capitalistiche:

Il capitalista può consumare il plusvalore nel reddito (riproduzione semplice) o reinvestirlo (riproduzione allargata) ad esempio nell'acquisto di macchine per incrementare la produttività. La concorrenza spinge il capitalista a investire nelle macchine, capitale costante e a ridurre i salari, cioè il capitale variabile. L'introduzione delle macchine in sostituzione agli operai creano un immiserimento crescente tra gli operai ed una forte disoccupazione e quindi un aumento di forza-lavoro sul mercato che abbassa ulteriormente i salari. Questa per Marx è la legge tendenziale di caduta del saggio di profitto che porterà una crisi. La società capitalista genera da sé la propria negazione.

In quest'ultimo passo si ravvisa secondo me una profezia delle condizioni attuali della società.

venerdì 18 dicembre 2009

PEGGIO DEI GIOVANI DEGLI ANNI SETTANTA?

Non uso facebook, ma ora, dopo questa affermazione di Schifani, credo che sia una cosa buona.

Io ero una giovane degli anni settanta e penso che abbiamo contribuito non poco al miglioramento della società, specialmente, per quanto mi riguarda, per le conquiste femminili.

ORA CI VUOLE UN VERO COLPEVOLE

E l'hanno trovato in Di Pietro,che forse è l'unico (come uomo politico intendo) che con coraggio denuncia la realtà di questo paese così com'è.( Poi c'è anche facebook,ma quello è un altro discorso).

Certo il Partito democratico si tiene alla larga da scontri verbali che possano fomentare episodi di violenza generalizzati e sceglie la strada della moderazione, che da alcuni è tacciata di IPOCRISIA, ma è anche vero che i cittadini hanno diritto ad una vera controinformazione rispetto alla campagna denigratoria messa in atto dai rapresentanti di questo governo contro chi non la pensa come loro.

"Sto assistendo da ore - dice Di Pietro in collegamento con Sky Tg 24- ad un balletto sconsiderato di criminalizzazione di chi come me da mesi ha lanciato e lancia l'allarme sui rischi del forte disagio e della disperazione sociale che registro girando ogni giorno per le piazze d'Italia a causa delle politiche sociali e della promozione prevalente di interessi personali di questo Governo....

"Io - sottolinea ancora Di Pietro - ribadisco che condanno e deploro senza sconti nè indugi questa aggressione violenta al Presidente del Consiglio. Questo signore va assicurato alla giustizia e si deve fare di tutto perchè questo resti un gesto isolato di un folle perchè la violenza va sempre condannata con la massima fermezza e va isolata ....

MA

Una cosa - ha detto ancora Di Pietro- è ..la condanna della violenza, un'altra la riflessione politica su cause e responsabilità di un fortissimo disagio sociale dovuto alle scelte personalistiche di chi ci governa le cui conseguenze non sono prevedibili e possono sfociare in atti di violenza".

Vorrei a tal proposito riportare le riflessioni di una blogger che ho tratto da un commento ad uno dei blog che frequento:

Tina ha detto...
Stanno facendo tutto loro.
Spero che il boomerang torni indietro e faccia centro.
Questa non è politica, è cavalleria rusticana, ma mancando l'antagonista se lo stanno costruendo.

venerdì 11 dicembre 2009

NATALE

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade
Ho tanta
stanchezza
sulle spalle
Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata
Qui
non si sente
altro
che il caldo buono
Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare
Giuseppe Ungaretti
Napoli, 1916

mercoledì 9 dicembre 2009

INTELLIGENTI SI NASCE O SI DIVENTA?

Secondo me, che ho seguito tre figli e i bambini della scuola, la risposta giusta è la seconda.

Però vorrei sentire il parere di qualcun altro perchè la questione a tutt'oggi è controversa.

lunedì 7 dicembre 2009

FIGLIO MIO, LASCIA QUESTO PAESE.....

Pubblico la lettera di Celli,che non avevo ancora letto integralmente,indipendentemente da chi l'abbia scritta, perchè è esattamente quello che vorrei dire a mio figlio, ma non faccio, nell'assurda speranza che, di qui a breve, le cose cambino.

"Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.


Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con" lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l'idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai.
Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l'affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.

Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E' anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l'Alitalia non si metta in testa di fare l'azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell'orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d'altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l'unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio.

Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po', non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato - per ragioni intuibili - con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all'infinito, annoiandoti e deprimendomi.

Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni.

Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.


Adesso che ti ho detto quanto avrei voluto evitare con tutte le mie forze, io lo so, lo prevedo, quello che vorresti rispondermi. Ti conosco e ti voglio bene anche per questo. Mi dirai che è tutto vero, che le cose stanno proprio così, che anche a te fanno schifo, ma che tu, proprio per questo, non gliela darai vinta. Tutto qui. E non so, credimi, se preoccuparmi di più per questa tua ostinazione, o rallegrarmi per aver trovato il modo di non deludermi, assecondando le mie amarezze.

Preparati comunque a soffrire."

IL VALZER DEI MANIFESTI

I partecipanti alla manifestazione del 5 Dicembre hanno trovato le strade di Roma tappezzate da questo manifesto:



che però, all'uscita dalla manifestazione, era misteriosamente scomparso, prontamente sostituito con altre immagini inneggianti il denigrato.

domenica 6 dicembre 2009

QUANTI ERANO I MANIFESTANTI AL NO-B-DAY? ( post filosofico)

Da una fonte sul web erano 400.000, su un'altra fonte 500.000, ieri RAI 2 ha parlato addirittura di un milione, mentre per la procura erano solo 80.000. La stampa francese addirittura parla di "una moltitudine".

Quanti erano in realtà, di preciso non è dato sapere.

Questa constatazione mi spinge a formulare alcune riflessioni sul concetto di verità.

E' vero che la verità assoluta non esiste, e non è data sapere nemmeno dalle fonti più attendibili e più vicine alle proprie convinzioni.

Il concetto di verità assoluta è solo qualcosa cui noi aspiriamo, una meta da cercar di raggiungere perennemente, ma che, ogni volta che ci sembra di avvicinarsi ad essa , si allontana, dandoci così lo stimolo ad andare sempre più avanti.
Se così non fosse, una volta raggiunto il suo obiettivo, l'uomo si sarebbe fermato.

E si sa che , se l'uomo si ferma di cercare, in realtà si ferma anche la vita, perchè, non avendo egli più uno scopo da raggiungere, si adagia a tal punto che ben presto la morte arriverà.

Così è per tutte le altre cose cui noi tendiamo.

domenica 29 novembre 2009

NON DI SOLO LAVORO

Mio figlio ingegnere, laureato col massimo dei voti,specializzato in energie alternative, buona conoscenza della lingua inglese per aver lavorato quasi due anni all'estero, non trova lavoro!

Di fronte alla crisi del lavoro che stiamo attraversando anche a causa della crisi finanziaria internazionale, mi viene da puntualizzare meglio le riflessioni che da tempo mi vado ponendo:

Con l'avanzare della tecnologia, che procede in maniera secondo me irreversibile, la naturale conseguenza è secondo me, proprio la diminuzione del lavoro umano.

La disoccupazione, quindi, non può che aumentare,indipendentemente dalla crisi, che anzi spesso diventa una giustificazione per sfoltire i posti di lavoro.

E' inutile invocare ancora Marx, perchè stiamo assistendo ad una progressiva disumanizzazione dei processi produttivi,mentre le leggi del mercato ormai la fanno da padrone e siamo sempre più sommersi da merci che il più delle volte non ci servono, ma che acquistiamo per soddisfare a dei desideri indotti dalla pubblicità.

Al tempo di Marx ci si poteva opporre ai datori di lavoro, mentre oggi l'unica controparte è il mercato.

E allora, come uscire da questa situazione?

Hanno già cominciato gli svedesi che incominciano a pensare al lavoro non solo come PRODUZIONE, ma anche e soprattutto come SERVIZIO, di cui la nostra società sente gran bisogno,a giuidicare dal numero di persone che si dedicano alle attività di volontariato.

Se si cambiasse la concezione del lavoro pensandolo non solo legato alla produzione, ma ai servizi per le persone e alle relazioni tra persone, ci sarebbe forse anche una maggiore FELICITA' sociale che certamente non è data dall'ultima generazione di automobili, di telefonini o di computer.

In un mondo di persone più felici, perciò, non può esserci posto per il consumismo, perchè la gente felice non consuma.

Vi rivolgo una sola preghiera: se condividete questo messaggio, diffondetelo!

sabato 21 novembre 2009

AFRICA


Mi sarebbe sempre piaciuto fare un viaggio in Africa, se non fosse che mio marito preferisce i paesi nordici. A me piace il caldo e questo tipo di vita direi avventuroso, alla scoperta di nuove culture, diverse dalla nostra, a contatto con una natura incontaminata.

Sentendo parlare della fame nel mondo, spesso mi chiedo come sia possibile che in un continente dove è iniziata la vita umana, almeno così sembra guardando lo stato delle ricerche attuali, si sia ancora, riguardo al progresso tecnologico, più vicini alla preistoria.

Cos'è che lì non ha funzionato riguardo all'evoluzione e al progresso?

Si dice, i fattori climatici, ma l'uomo è l'essere con la maggiore capacità di adattamento fra tutti gli esseri viventi.

Ora che, con la diffusione della televisione o con il contatto con persone che lì vanno a fare volontariato ( missionari, ecc.), alcuni hanno scoperto il nostro mondo , affrontano sacrifici immani pur di abbandonare la loro infelice TERRA.

Mi chiedo: Perchè non si riesce a far niente per migliorarla, cosa ha impedito loro il lento cammino dell'evoluzione che ha riguardato tutti gli altri uomini?

Si dice: lo sfruttamento dei paesi occidentali.

Ma Cina e India ce l'hanno fatta a sconfiggere la fame. Perchè in Africa no?

Ho sentito qualche giorno fa in televisione che , per eguagliare il mondo civilizzato, gli africani dovrebbero fare un salto difficilissimo da compiere per chi non ha strutture e conoscenze adeguate che si sono snodate nei secoli.

Eppure nulla è impossibile: persino nel deserto piove, solo che essi non sono capaci di raccogliere l'acqua per evitare che si disperda.

E i nostri aiuti, in termini di cibo o di adozioni a distanza, servono?

Servirebbe molto l'istruzione e per questo alcuni volontari hanno pensato bene di concentrare le riserve di cibo nelle scuole, così, attratti dal cibo, gli adolescenti ne escono acculturati e in grado di insegnare procedimenti e tecniche agricole anche agli altri.

Mi piacerebbe sentire le opinioni di qualcuno che sia più informato di me su questo argomento di cui sto cominciando solo ora ad interessarmi.

lunedì 9 novembre 2009

HA ANCORA SENSO OGGI PARLARE DI DEMOCRAZIA?

Oggi la mia riflessione verte intorno a una parola a cui siamo troppo abituati per coglierne il significato più profondo.

Il termine democrazia deriva dal greco démos: popolo e cràtos: potere, ed etimologicamente significa governo del popolo.

Il concetto di democrazia, però, non è cristallizzato in una sola versione o in un'unica concreta traduzione, ma può trovare ed ha trovato la sua espressione storica in diverse espressioni ed applicazioni, tutte caratterizzate peraltro dalla ricerca di una modalità capace di dare al popolo la potestà effettiva di governare. Potestà che io a tuttoggi non vedo pienamente realizzata, per cui tenderei ad attribuire alla parola democrazia un significato più ideale che reale.


Nell'arco di più di due millenni, il concetto di democrazia ha vissuto una continua evoluzione, subendo importanti modificazioni nel corso della storia.
Le prime definizioni di democrazia risalgono all'antica Grecia, quando Aristolele distinse fra tre forme pure e tre forme corrotte di governo: monarchia (governo del singolo), aristocrazia (governo dei migliori) e politía (governo di molti), esse secondo il filosofo rischiavano di degenerare rispettivamente in dispotismo, oligarchia (governo di un'élite), e democrazia (potere gestito dalla massa e succube della demagogia).

Sul moderno concetto di democrazia hanno avuto grossa influenza le idee illuministe, le rivoluzioni dell'Ottocento, in particolare la Rivoluzione francese con il suo motto di libertà, uguaglianza e fratellanza.

Il suffragio universale, il primato della costituzione e la separazione dei poteri ,oltre al concetto della laicità dello stato, sono le basi della democrazia rappresentativa moderna.

In seguito si è diffuso il concetto che una democrazia moderna debba avere anche una stampa libera, evidenziando così un quarto potere.

Oggi il concetto di democrazia è visto in modo dinamico, come una necessità per la forma di governo di adattarsi agli sviluppi economici e sociali in modo da garantire al popolo i diritti fondamentali.


In sostanza la differenza tra la democrazia antica e moderna sta nel fatto che nella prima prevale il concetto di eguaglianza, nella seconda prevale l'idea di libertà. Per tale motivo, mentre la democrazia antica funzionava col sistema della partecipazione dei cittadini (esclusi gli schiavi, gli stranieri e le donne) tramite i meccanismi del sorteggio e della rotazione, le democrazie liberali si fondano sulla competizione tra candidati e sul meccanismo della delega tramite elezioni.


Inoltre bisogna puntualizzare un fattore semantico spesso frainteso: le parole "democrazia" e "libertà" non sono sinonimi. Queste due parole non necessariamente vanno di pari passo.In un sistema può esserci democrazia senza libertà e può esserci libertà senza democrazia.

Oggi però, non solo in Italia, ma anche nel mondo, la democrazia entra in crisi, perché essa è stata pensata supponendo che ci fossero dei valori stabili, fissi, condivisi da tutti. Ed oggi stiamo attraversando una vera crisi dei valori fondanti la democrazia.

Oggi,a causa della strategia della globalizzazione economica, nella società il Mercato è predominante e controllato dallo strapotere economico delle multinazionali. L'influenza dello Stato è minima in quanto esso è totalmente asservito al Mercato e a chi lo controlla. La Popolazione non conta pressoché niente visto che subisce il Mercato e lo Stato, in quanto la maggior parte della gente trae parzialmente o non trae nessun vantaggio dal Mercato.

Lo sviluppo di una psicologia basata sull'individualismo e sull'egemonia dei super ricchi è frutto di una distorsione dei valori umani e del vivere sociale. E' necessario ed indispensabile creare un equilibrio tra il Mercato, le Istituzioni dello Stato e la Popolazione per garantire a tutti uno stato di reale democrazia.

martedì 3 novembre 2009

UNA ROSA PER ALDA


Non ho mai conosciuto Alda Merini, nemmeno di nome. Ora che è morta scopro come la poesia nasca dalla follia e la cosa mi sgomenta.

A lei vorrei dedicare questa mia poesia:

LA VITA E’….

Svegliarsi una mattina
E scoprire sul volto
Una ruga in più.

Capire che il tempo
Lascia i suoi segni fuori,
non dentro.

Incontrare un vecchio e scoprire
Ch’è più giovane di te,
di te che hai vissuto,
ma non abbastanza per capire
che la morte
non può fare paura.





domenica 1 novembre 2009

HO INCONTRATO UNA FOGLIA


In questo giorno dedicato ai defunti, pubblico una riflessione che feci alcuni anni fa.



HO INCONTRATO UNA FOGLIA

Era sola
Dal ramo appena staccata.
Il vento la spingeva
A cercare le compagne
Ma restava impigliata.

E’ triste morire
Da soli.

venerdì 23 ottobre 2009

IL NARCISISMO DELLE DONNE



Tale patologia è caratteristica della nostra epoca. I costumi sessuali che paiono essere di gran lunga più liberi, la facilità nel passare da un partner all'altro, l'esibizionismo, la pornografia, la smania di costruirsi un'immagine vincente agli occhi del mondo, tutti questi fattori hanno certamente contribuito allo sviluppo incalzante delle personalità narcisistiche.
Sicuramente è questa eccessiva importanza legata all'immagine un indizio inequivocabile della tendenza al narcisismo e di ciò soffrono soprattutto le donne, per le quali l'immagine di sè è considerata più importante del sè reale. Ed ecco quindi la corsa alla chirurgia estetica, i massaggi, le palestre, i vari make up per valorizzare parti del corpo, l'importanza data ad un abbigliamento ricercato. Tutto questo volto principalmente ad attirare il maschio, ma anche a dimostrare la propria superiorità nei confronti delle altre donne, con le quali si stabilisce un rapporto di rivalità, anzichè di complicità.
C'è da dire comunque che , anche se lo stato narcisistico appartiene principalmente alle donne,oggi, nella cultura dell'immagine, anche molti uomini non ne sono esenti.
I narcisisti dimostrano una mancanza d'interesse per gli altri, ma sono altrettanto indifferenti anche ai propri più veri bisogni. Spesso il loro comportamento è autodistruttivo. Inoltre, quando parliamo dell'amore dei narcisisti per se stessi, dobbiamo operare una distinzione: il narcisismo denota un investimento nell'immagine invece che nel sé. I narcisisti amano la propria immagine non il loro sé reale. Hanno un senso di sé debole, e non è in base ad esso che orientano le loro emozioni. Ciò che fanno è piuttosto diretto ad incrementare l'immagine, spesso a discapito del sé.
D'altra parte l'ammirazione che il narcisista riceve gonfia soltanto il suo io e non fa nulla per il sé. Alla fine allora il narcisista respingerà gli ammiratori nello stesso modo in cui ha respinto il proprio sé autentico.

lunedì 12 ottobre 2009

LIBERTA' DI STAMPA?

A proposito del dibattito ,con connesse manifestazioni, sulla tutela della libertà di stampa, leggo solo ora un articolo chiarificatore di quella che è la situazione dell'informazione in Italia sul blog PIOVONO RANE di Alessandro Giglioli, che ripropongo pensando possa essere utile per chiarirsi le idee:

"C’è la libertà di stampa in Italia?Certo, è garantita dalla Costituzione e dalle leggi dello Stato. E in Italia chiunque può fare un giornale d’opposizione - ne sta anche nascendo uno nuovo - e se non ne ha i mezzi economici può aprire un sito o un blog e scrivere quello che gli pare.
E allora dov’è il problema?Per capirlo bisogna prima di tutto rovesciare il cannocchiale e capire che il problema di fondo non è la libertà di manifestare con ogni mezzo le proprie idee: il problema è la pluralità delle fonti a cui i cittadini attingono abitualmente le informazioni e le opinioni da cui poi si fanno un’opinione propria.

Che cosa significa?

Significa che non bisogna vedere la cosa dal punto di vista dell’emissione delle notizie ma da quello della ricezione. Come s’informano gli italiani? A quali media attingono contezza dei fatti e confronto fra opinioni? A un bacino di media molto diversi tra loro per impostazione politica e culturale o no? Ecco: Se la stragrande maggioranza delle persone attinge fatti e opinioni da media che hanno una sola impostazione politica e culturale, la situazione non è sana.

Qualche esempio?

Per iniziare, da sempre solo un decimo degli italiani acquista quotidiani. Gli altri nove decimi hanno come fonte di informazione prevalente o unica la televisione. E degli otto canali televisivi nazionali, cinque sono controllati dal governo (Raiuno, Raidue e i tre di Mediaset), uno sta con l’opposizione (Raitre) più due minori abbastanza neutrali (La7 e Sky).

Beh, gli italiani non sono mica costretti a vederli, lo fanno di loro volontà.Certo. Ma non si può dire che sia sano un sistema informativo nel quale - anche per abitudini storiche consolidate nelle famiglie da decenni - nove italiani su dieci attingono solo a un’informazione omologata.
Possono sempre acquistare i quotidiani.Sì, ma anche qui entrano in gioco abitudini storiche. Dal 1945 a oggi gli italiani comprano in media meno di sei milioni di quotidiani al giorno. Non è che all’improvviso tutti corrono all’edicola perchè la tivù è omologata, anche perchè la maggior parte dei cittadini neppure se n’è accorta di questo processo graduale di omologazione. E comunque anche nei quotidiani non è che stiamo tanto bene come pluralità.

In che senso?

Nel senso che se prendiamo i più diffusi quotidiani d’informazione, vediamo che solo due sono d’opposizione, La Repubblica e l’Unità. Poi ce sono quattro (Il Giornale, Il Tempo, Il Quotidiano Nazionale, Libero) dichiaratamente con il premier. E due, molto importanti, che recentemente hanno svoltato e ora sono molto più prudenti con il premier.

Quali?I

l Corriere e La Stampa. Non è un segreto per nessuno che le precedenti direzioni erano sgradite al premier. E i due direttori infatti sono saltati dopo le elezioni vinte dal premier. Così come non è un mistero che le attuali direzioni siano molto più morbide e accettabili per il governo.

Quindi?

Quindi in Italia ci sono di fatto solo due quotidiani d’opposizione abbastanza diffusi, che comunque non arrivano insieme al milione di lettori.
Se la gente li compra poco, sono problemi loro.La gente li compra più o meno come li ha sempre comprati negli ultimi anni. Chi si occupa di media sa bene che le abitudini storiche contano. Per esempio, Panorama è nato e si è affermato nei decenni come settimanale “liberal”, ora invece appartiene al premier ed è apertamente di destra: ma intanto ha fatto propri i mezzi economici, la diffusione del brand, l’abitudine all’acquisto, il know how professionale e tante altre cose che ne garantiscono la diffusione. Si pensi anche al Corriere e al Tg1: sono due grandi testate con un pubblico storico, ma il loro recente cambiamento di linea (diventata molto cauta nel primo caso e apertamente filogovernativa nel secondo) ha ridotto la pluralità e la disomogeneità dell’informazione a cui abitualmente attingono gli italiani.

Quindi?

Quindi il problema è che - mettendo insieme la situazione televisiva e quella dei quotidiani - il 90-95 per cento degli italiani non attinge più ad alcuna fonte d’informazione critica vero il governo. Ha informazioni e pareri solo benevoli verso il premier, o tutt’al più prudenti e neutrali. E questa non è una situazione sana in una democrazia. Se poi ci mettiamo anche il fatto che gli unici due quotidiani d’opposizione sono stati portati in tribunale dal premier…
Beh, il premier è un cittadino come gli altri, può portare in giudizio chi gli pare.Che sia un cittadino come gli altri è difficile da dirsi, visto che ha fatto una legge che lo rende ingiudicabile. Ad ogni modo: sì, in termini giuridici il premier può citare chi gli pare, ma in termini politici è un fatto molto pesante. Nelle democrazie occidentali è rarissimo che un capo del governo in carica citi in tribunale i quotidiani che gli si oppongono. Perfino D’Alema quando divenne premier rimise tutte le cause che aveva intentato. Il sospetto che ci sia un’intimidazione è molto forte.
Beh, sarà il tribunale a decidere se Repubblica e l’Unità hanno ragione o torto.Sì. fra sei o sette anni. Intanto resta l’intimidazione. La stessa cosa che è stata fatta con l’Avvenire.

La questione Boffo?Esatto. Al premier dava molto fastidio che il quotidiano dei vescovi attaccasse proprio lui, che si presenta come paladino dei cattolici e amico della Chiesa. Non era tanto il quotidiano in sé - che vende pochino - ma l’eco che ogni attacco aveva negli altri media, anche stranieri. Fosse o meno al corrente della prima pagina del Giornale su Boffo, è chiaro che avere chiamato un “picchiatore” editoriale come Feltri (che ben conosceva, avendolo avuto nel gruppo per quasi quattro anni) era finalizzato ad attaccare i suoi avversari, incluso Boffo.
Alla fine Boffo si è dimesso…Appunto, ma il problema non è né lui né l’Avvenire: il problema è che gli attacchi personali a Boffo, così come quelli a Ezio Mauro e ad altri, hanno lo scopo di “convincere” tutti i giornalisti e i direttori che è meglio per loro se non criticano il premier. Se osano farlo, sanno che c’è un gruppo politico-mediatico, che può avvalersi anche di professionisti di “intelligence”, che passerà al setaccio il loro passato e il loro presente per scoprire se hanno pagato in nero una colf, se si fanno le canne, se sono mai andati a prostitute, se hanno sempre versato il canone della Rai etc. Solo in Italia, tra le democrazie, esiste un capo di governo che ha dei media e delle “barbe finte”, e li usa entrambi per deligittimare i suoi avversari.

Ma cosa c’entra l’intelligence?

La solita storia dei servizi deviati?Alt, nessuno è in grado di dire che il premier abbia mai usato uomini dei servizi. Ma esistono le sicurezze private. Chi ha organizzato il set con registratori e macchine fotografiche nascoste per intrappolare L’espresso a fine maggio, cosa finita il giorno dopo sul Giornale? Chi ha passato al Giornale la velina su Boffo “omosessuale molestatore”?
Comunque, se dai giornali torniamo alle tivù, ci sono anche La7 e Sky, su cui finora si è sorvolato.Sì. La7 non ha una linea antigovernativa, ma nemmeno apertamente filogovernativa. Tuttavia questo a Berlusconi non basta e adesso ci sta mettendo le mani, ed è probabile il cambio di direttore con uno più schierato: Telecom, proprietaria de La7, ha tutto l’interesse (per motivi economici) a intrattenere buoni rapporti con il governo ed è quindi facile che lo assecondi. Ma c’è anche un altro scenario, cioè l’ingresso nella proprietà del tycoon tunisino Tarak Ben Ammar, che è vicinissimo a Berlusconi, e anche suo socio in Nessma tv. In questo caso anche La7 diventerebbe apertamente filoberlusconiana.

E Sky?

Ammesso che si possa definire antiberlusconiana (il che non è), ricordiamoci che giunge a meno di un decimo degli italiani, i quali comunque ne guardano soprattutto il calcio. E in ogni caso Berlusconi a Sky sta facendo una guerra serrata, sia in veste di premier sia come proprietario di Mediaset, per ridurne ulteriormente il peso: gli ha raddoppiato le tasse, ha speso una valanga di soldi pubblici per imporre il digitale terrestre (che toglie molti abbonati a Sky), ha fatto togliere i canali satellitari Rai dal pacchetto Sky, si è perfino inventato una piattaforma satellitare Rai-Mediaset in funzione anti Sky. E gli abbonati a Sky infatti non crescono più, sono fermi sotto i cinque milioni.

Resta Raitre.Sì. Anche se i segnali che arrivano in questi giorni non lasciano molto spazio all’ottimismo. Si parla di cancellare alcune trasmissioni non gradite al premier. Ed è in forse la voce più critica verso il premier.

Ricapitolando?

Ricapitolando in Italia abbiamo la stragrande maggioranza dei cittadini che si fa un’opinione basandosi su media omologati. Restano fuori da questa omologazione due quotidiani (il cui spazio di critica il premier cerca di ridurre drasticamente attraverso offensive mediatiche, citazioni in tribunale e delegittimazioni personali) e una rete Rai (che Berlusconi sta cercando di purgare dalle sue voci più critiche).

In tutto ciò però non abbiamo parlato di Internet.Non ne abbiamo parlato per non svegliare il cane che dorme. Sulla Rete infatti Berlusconi è indietro. E’ un tycoon televisivo di 73 anni, probabilmente pensa che la Rete non modifichi le opinioni e non sposti il consenso. Sul breve ha ragione, perché gli italiani che si informano via Internet sono ancora una minoranza. Specie nella massa elettorale che lui definisce “con un’intelligenza da dodicenne che non sta nemmeno al primo banco”. Sul lungo può avere torto.

Quindi?

Quindi non serve a molto gridare alla “libertà di stampa minacciata”, perché trovi sempre qualcuno che ti dice che esiste il Tg3, esiste il Manifesto e così via. Serve invece capire i meccanismi con cui Berlusconi sta riducendo drasticamente la pluralità e la disomogeneità politico culturale dei media a cui attingono gli italiani. E serve lavorare per andare nella direzione opposta, provando ad aumentare il più possibile questa pluralità.

sabato 10 ottobre 2009

Aforisma N.7

"Essere ciò che siamo e divenire ciò che siamo
capaci di divenire è l'unico scopo della vita "
(Spinoza)

martedì 29 settembre 2009

LA DONNA OGGI

Oggi la situazione della donna è molto cambiata, almeno in apparenza, rispetto al passato.

Molte donne lavorano fuori casa e possono così considerarsi indipendenti. Ma, se guardiamo con attenzione al problema, ci accorgiamo che le donne veramente emancipate sono una minoranza, che la maggior parte di esse è costretta a barcamenarsi fra doppi oneri: quelli della casa e quelli del lavoro.Visto che sono pochi gli uomini disposti a darle una mano nella custodia della famiglia.

Anzi spesso la famiglia si dissolve, per questa incapacità appunto di rivedere i nuovi ruoli, sia del maschio, che non è ancora disposto a rinunciare alla sua totale intraprendenza, sia della donna che stenta ad emergere.

Vediamo cher ci sono donne ancora costrette a "vendersi" per ottenere qualche traguardo.

Anche in politica, se non ci fossero le quote rosa, molte donne stenterebbero ad affermarsi.

Il fatto è che viviamo in un momento di confusione, o forse di passaggio ( ma quanto durerà?), in cui ci si deve rendere conto che la situazione della donna non può prescindere da un diverso atteggiamento, di maggiore disponibilità da parte degli uomini.

E pochi sono ancora gli uomini capaci di questa presa di coscienza.

E stiamo parlando del mondo occidentale! E' inutile dire che nei paesi arabi siamo ancora nella notte dei tempi.

Quello della donna è secondo me un ruolo da rivedere, non nel senso di una malintesa parità con l'uomo, ma nel senso di una complementarietà che dia diritto al riconoscimento di una pari dignità.

domenica 20 settembre 2009

LA DONNA TRA OTTOCENTO E NOVECENTO

SOGGETTO PRODUTTIVO NELLA SOCIETÁ INDUSTRIALE. Con la Rivoluzione francese e con la rivoluzione industriale dell'Ottocento cominciò a cambiare anche la prospettiva di vita della donna, che poté aspirare a divenire soggetto attivo, individuo a pieno titolo, futura cittadina. Si parlò allora di emancipazione, parola-simbolo a cui si accompagnarono lenti mutamenti strutturali (lavoro salariato, diritti civili, diritto all'istruzione). Il lavoro femminile aveva già contribuito in larga misura allo sviluppo economico della società tardomedievale. In un ambiente che si andava trasformando furono via via attribuiti alle donne specifici campi di competenza: casa, cortile, giardino, cura dei bambini, dei lavoranti, del bestiame minuto e, infine, i settori della produzione tessile, alimentare e del commercio al dettaglio. Si ricominciò anche a parlare di istruzione femminile e nelle scuole, in parte sottratte ai religiosi, apparvero le prime maestrine; di grande rilievo fu poi la presenza delle donne nel campo della medicina e in particolare della ginecologia, dove del resto esse erano gà apparse secoli prima con la scuola medica di Salerno (IX-XII secolo). Nell'ambito di una riscossa dell'individuo nella sua generalità, anche all'individuo femminile, in quanto simile a quello maschile (lavoratore e cittadino) cominciò a essere faticosamente riconosciuto il diritto a rompere i legami economici e simbolici che lo legavano al padre e al marito.PROTAGONISTE DELLA PROPRIA LIBERAZIONE. Pur nel cambiamento, tuttavia, l'era democratica non fu di per sé favorevole alle donne: in contraddizione con la conclamata parità dei diritti "dell'uomo" all'inizio si tentò di escluderle dalla vita pubblica, di rinchiuderle tra le mura domestiche. I movimenti femminili colsero questa contraddizione con l'obiettivo del raggiungimento della parità di sessi, provocando l'ingresso della donna nell'ambito della politica, fino ad allora di esclusivo dominio degli uomini. Nasceva così il modello della donna moderna e le identità femminili si moltiplicarono, vissute spesso in modo contraddittorio, soggette a tensioni che preludevano alla vita delle donne nel XX secolo. Con i rivolgimenti della seconda metà dell'Ottocento, e soprattutto con la belle époque, un sintomo del mutamento fu la maggiore libertà di movimento acquisita dalle donne nella vita sociale, sia in quanto individui sia nei rapporti con gli uomini. Anche la moda ne fu un esempio: se infatti il cambiamento nel vestire espresse in modo vistoso l'emancipazione della donna solo dopo la prima guerra mondiale, l'abbandono di stoffe pesanti e di stecche che imprigionavano in pubblico la figura femminile era già anticipata nelle vesti sciolte e fluenti che la moda dell'estetismo intellettuale degli anni ottanta dell'Ottocento, l'art nouveau e l'alta moda avevano largamente diffuso. La pratica sportiva, poi, permetteva ai giovani dei due sessi di incontrarsi al di fuori delle pareti domestiche e della parentela; la villeggiatura, dove le donne della borghesia erano raggiunte saltuariamente dai mariti, significò nuova libertà, accompagnata però da pesanti polemiche anche perché i bagni di mare rivelavano del corpo femminile più di quanto il perbenismo dell'epoca ritenesse tollerabile. Sul piano legislativo, nel 1840 negli Stati uniti fu sancito il diritto alla libera disponibilità dei guadagni, che venne poi man mano riconosciuto anche in molti paesi d'Europa insieme ad altri diritti patrimoniali; assai importante fu inoltre l'apertura alle donne delle università. Il primo paese a riconoscere i diritti politici alle donne fu la Nuova Zelanda (1893) seguita da dodici stati degli Stati uniti (1914) e da alcuni paesi europei; ma la storia del suffragio universale fu ancora lunga e tortuosa. Una donna nuova si presentò al XX secolo. La prima parità raggiunta dalla donna nel secolo delle masse fu quella della condivisione degli orrori che le guerre e gli stermini disseminarono sul suo cammino. Ma il secolo della tecnologia e della scienza, nella sua seconda metà e nei paesi industrialmente avanzati, fornì a uomini e donne una maggiore longevità e una migliore salute, più alti livelli di educazione e nuovi modelli di vita alimentati dalla moltiplicazione dei beni e dei consumi. Per le donne ciò significò innanzitutto una trasformazione del lavoro casalingo e del regime di maternità che, diminuendo il tempo necessario a tali attività, permetteva loro una maggior partecipazione alla vita sociale. In Italia le donne ebbero nel 1956 il diritto di sedere nelle giurie, nel 1960 il libero accesso alle cariche pubbliche; nel 1966 fu vietato il licenziamento per causa di matrimonio e nel 1977 ogni discriminazione legata al sesso sul lavoro; nel 1981 fu abolita la possibilità, per il colpevole di violenza sessuale, di evitare la condanna sposando la donna violentata. Ma soprattutto, per le donne a lungo prigioniere nella trappola di quella comunità naturale che era la famiglia e a lungo tenute lontane dalla dinamica dei diritti individuali, la modernità fu la conquista di una posizione da soggetto, da individuo a pieno diritto, da cittadina; la conquista di un'autonomia giuridica, economica e simbolica dai padri e dai mariti, che permetteva loro di lottare meglio, e più coscientemente, contro la differenza di genere persistente in tutte le società. Diversa fu l'evoluzione della condizione femminile nei paesi non toccati dalla rivoluzione industriale né dalla successiva diffusione dei consumi di massa. Vincoli religiosi e di tradizione rimasero molto forti, così che per esempio nei paesi arabi a regime coranico continuarono non solo la poligamia maschile, ma anche forme di repressione sessuale, di dipendenza economica e di disparità giuridica assai rilevanti; in molti paesi africani continuarono pratiche di primitiva chirurgia rituale sulle bambine come l'asportazione del clitoride e l'infibulazione (chiusura delle grandi labbra vaginali) talora importate dalle famiglie immigrate nei paesi europei in stridente conflitto con le leggi e il costume locali (processi contro madri africane che avevano operato o consentito interventi di infibulazione sulle proprie figlie furono intentati in Francia, su iniziativa di organizzazioni femminili, nei primi anni novanta del Novecento); in Cina continuò, anche dopo che il regime comunista l'ebbe vietata per legge, la pratica, tradizionale nelle famiglie contadine, di uccidere le figlie neonate per evitare di dover provvedere in futuro alla loro dote. Nei paesi dell'est europeo, rimasti estranei allo sviluppo capitalistico fino all'ultimo decennio del Novecento, fu garantita alle donne una parità giuridica totale o quasi che divenne reale nel campo degli studi e del lavoro, ma non furono superate le tradizioni che, nel privato, obbligavano le donne a farsi carico comunque della quota maggiore del lavoro domestico. Inoltre il crescente squilibrio tra paesi poveri e paesi ricchi portò, negli ultimi decenni del secolo, allo spostamento a volte volontario, a volte organizzato in una sorta di tratta, di donne dagli uni agli altri destinate alla prostituzione, a matrimoni combinati, al servizio domestico nelle famiglie.

giovedì 17 settembre 2009

LA DONNA NEL SETTECENTO-2

I contenuti specifici della cultura illuministica relativi al problema della condizione della donna possono essere così sintetizzati:
l’affermazione dell’uguaglianza universale di tutti gli appartenenti al genere umano;
il riconoscimento dell’esistenza di alcuni diritti e libertà che tutti gli uomini possiedono per natura e che nessuno stato può eliminare o limitare;
l’idea che il progresso civile e morale sia frutto delle capacità della ragione umana.
Tra le conseguenze logiche di queste idee vi è sicuramente anche il riconoscimento dell’esistenza di pari diritti per uomini e donne e della necessità di rimuovere le discriminazioni esistenti ai danni di queste ultime. Ciò nonostante, la maggior parte dei filosofi illuministi non fu affatto favorevole all’uguaglianza tra uomini e donne. Come mai questa contraddizione

La storica Dominique Godineau ricostruisce, nei brani che seguono, la posizione dell’illuminismo sulla donna, i suoi diritti e i suoi rapporti con l’uomo.Il primo brano riassume le posizioni dei contrari all’uguaglianza tra uomini e donne, posizioni che erano condivise dalla maggioranza degli illuministi e, in particolare, da alcuni dei più importanti filosofi illuministi, quali Jean Jacques Rousseau (1712-78), Denis Diderot (1713-84).

Tutto ha inizio da un’evidenza: gli uomini e le donne sono fisicamente diversi. È la Natura che l’ha voluto, e la Natura non fa niente a caso. […] L’utero è l’organo femminile per eccellenza, quello che comanda tutti gli altri organi. Domina e determina la donna, definita perciò a partire dal suo sesso e non dalla ragione come l’uomo. […] La donna, infatti, non può avere lo stesso tipo di ragione dell’uomo. La sua è, come il resto della persona, sottomessa ai suoi organi genitali. Da tutto ciò deriva in gran parte la sua debolezza, e dunque la sua inferiorità. Da una parte è un’eterna malata, assoggettata regolarmente a mali che le sono propri: autentico handicap che non può permetterle di condurre una vita sociale attiva. Dall’altra, l’utero dominatore ne fa un essere eccessivamente sensibile, in preda a un’immaginazione sfrenata, esaltata. troppe sensazioni impediscono la maturazione delle idee, il passaggio dal sensibile al concettuale. […]

Le idee si fermano dunque al primo stadio, quello dell’immaginazione, un’immaginazione negativa, popolata da «fantasmi di ogni specie», infantile («O donne! siete dei bambini davvero straordinari» scrive ancora Diderot), incontrollabile e pericolosa. [….] Alla differenza anatomica e intellettuale tra i due sessi corrisponde una differenza di ruoli sociali. «Lo status di donna» è di essere madre, affermano Rousseau e i medici, che notano come la sua conformazione anatomica la predestini a tal compito. […] La donna degli illuministi è una sedentaria, le cui principali attività hanno per sfondo la scena domestica. D’altro canto, sostengono i medici, essa non è fatta per l’esercizio fisico: le sue ossa sono meno dure, anche e bacino le attribuiscono un’andatura poco sicura. Mentre suo marito rifletterà sul destino umano o uscirà per condurre una vita sociale, la moglie resterà a casa ad occuparsi dei bambini, a rendere l’interno il più piacevole possibile. Ogni sesso possiede le funzioni volute dalla natura: pubbliche quelle dell’uomo, private quelle della donna, che non vanno confuse se si vuole evitare una sovversione. […]

Mentre i Lumi [la cultura illuminista] dichiarano guerra ai pregiudizi, nemici della ragione, i filosofi non pensano di liberarsene per quanto riguarda le donne; e anche se pongono al centro del loro discorso la nozione di universale e il principio di uguaglianza che si basa sul diritto naturale, difendono l’idea di una «natura femminile» separata e inferiore. Il credere nella perfettibilità della specie umana è uno dei fondamenti del pensiero illuminista: il progresso della ragione costituisce uno dei motori della storia. Ma le donne sono situate al di fuori della storia: interamente determinate dalla loro fisiologia, sotto il segno dell’immutabile. La loro ragione, le loro funzioni, la loro «natura» non si evolvono.[da D. Godineau, La donna in M. Vovelle (a cura di), L’uomo dell’illuminismo, Laterza, Roma-Bari 1993, p. 400-403.]


La scrittrice inglese Mary Wollstonecraft (1759-1797) nel saggio Rivendicazione dei diritti delle donne; applicando i principi affermati dai filosofi illuministi, rivendicava il diritto delle donne a conseguire la propria libertà e indipendenza, soprattutto attraverso un sistema educativo che permettesse loro di ottenere una formazione culturale pari a quella riservata agli uomini.

È giunto quindi il momento per una rivoluzione nel comportamento delle donne, è il momento di restituire loro la dignità perduta, e di fare in modo che esse, in quanto parte dell'umana specie, si adoprino a trasformare il mondo, iniziando da se stesse. Per diventare rispettabili è necessario l'esercizio dell'intelligenza, che è elemento essenziale per l'indipendenza dei carattere: intendo dire in forma esplicita che esse devono chinarsi solo all'autorità della ragione, non più modeste schiave dell'opinione. Nei gradi [classi sociali] più alti [le donne] raramente si occupano di faccende serie e la ricerca del piacere conferisce una nota di futilità al loro carattere […] Ecco i benefici dei governi civili nella loro organizzazione attuale: il benessere e la frivolezza femminile, prodotti dalla stessa causa, tendono nella stessa misura a degradare l'umanità. Ma se si permettesse alle donne di essere creature razionali, le si inciterebbe ad acquisire virtù che possono chiamare proprie; perché, come può rendere nobile un essere razionale qualcosa che non si ottiene con i propri sforzi?[da M. Wollstonecraft, I diritti delle donne, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 137]

mercoledì 16 settembre 2009

LA DONNA NEL SETTECENTO-1

La condizione della donna prima della Rivoluzione francese

Dal punto di vista delle leggi, in tutta Europa le donne non godevano, fino alla rivoluzione francese, degli stessi diritti degli uomini. Nelle legislazioni di tutti paesi europei esse, fino al matrimonio, erano obbligate ad obbedire al padre; con il matrimonio passavano sotto l’autorità del marito. Insomma, la donna poteva essere solo “figlia” o “moglie” di un uomo e non una persona autonoma e indipendente. Ciò aveva gravi conseguenze sulla vita delle donne: esse non potevano amministrare i propri averi, che erano gestiti dai padri, dai mariti o, in mancanza di questi, dai fratelli o da altri parenti maschi, erano escluse da tutti, o quasi tutti, gli impieghi pubblici e non potevano partecipare a nessun organismo rappresentativo.Nel corso del ‘700 le cose, seppur lentamente, avevano cominciato a cambiare in due ambiti: l’istruzione e il lavoro. Infatti, presso le famiglie aristocratiche e borghesi, si era diffusa sempre di più l’idea che fosse importante garantire anche alle ragazze una certa istruzione, benché sempre inferiore a quella garantita ai figli maschi; una buona moglie, infatti, doveva non solo fare tanti figli, ma anche far bella figura in società, quindi saper intrattenere gli ospiti con una conversazione sufficientemente colta e brillante. Tra le classi meno agiate si era invece diffusa, soprattutto nelle città, la pratica del lavoro femminile: molte donne, oltre a occuparsi della casa e dei figli, sempre più spesso si dedicavano anche a lavori fuori di casa, facendo la lavandaia, la serva, la cucitrice, ecc. Ciò permetteva loro non solo di integrare lo stipendio del marito, ma anche di avere una propria vita autonoma al di fuori della famiglia.


LA DONNA NEL SEICENTO

Continuo la mia ricerca sulla donna nei secoli anche se come argomento vedo che non è molto appetibile.Ma non posso farci niente è una mia fissazione.

“Natura le ha fatte streghe”. E’ il genio proprio della Donna, e il suo
temperamento. Nasce Fata. Per il normale ricorso all’esaltazione, è Sibilla. Per
l’amore è Maga. Per acume, malizia (capricciosa spesso e benefica), è Strega, e
dà la sorte, almeno lenisce, inganna i mali. Semplice e commovente inizio di
religioni e scienze. Più avanti tutto si separa; vedremo sorgere lo specialista,
ciarlatano, astrologo o profeta, negromante, prete, medico. Ma in principio, la
Donna è tutto.

Quando appare, la Strega non ha padre né madre, non ha figli, marito, né
famiglia. E' un mostro, non si sa da dove venga. Chi oserebbe, Dio,
avvicinarla?

Dove vive? dove non è possibile, nei boschi di rovi, sulla landa, dove la spina, il
cardo intrecciati, impediscono il passaggio. La notte, sotto qualche vecchio
dolmen. Se viene scoperta, è l'orrore della gente a tenerla ancora isolata: è come
circondata da un cerchio di fuoco.

Tuttavia, è difficile credervi, è ancora una donna. Proprio questa tremenda vita
preme e tende la sua molla di donna, l'elettricità femminile.

Si noti che in certe epoche, al solo nome di strega, l'odio uccide a caso. Le gelosie
femminili, le brame maschili, si appropriano di un'arma tanto comoda.
E' ricca? STREGA. E' graziosa? STREGA.

Non bastano i roghi al clero, né al popolo le villanie né i sassi al fanciullo, contro
la disgraziata. Il poeta (fanciullo anch'esso) la lapida con un'altra pietra, ancora
più crudele per una donna. Suppone, chissà perché?, che fosse sempre laida e
vecchia. Ma i crudeli processi mostrano il contrario. Molte morirono proprio perché giovani
e belle.

Per capire un po' meglio, leggete gli odiosi registri che ci restano
dell'Inquisizione.

Bastano poche pagine, per sentirsi agghiacciare. Vi prende un freddo crudele. La
morte, la morte, la morte si avverte in ogni riga. Siete ormai nella bara, o in una
piccola cella di pietra dai muri ammuffiti.

I più fortunati vengono messi a morte. L'orrore, è l'"in pace". Questa parola
ricorre all'infinito, come una campana d'infamia che suoni e risuoni, per
desolare i morti vivi, sempre la stessa parola: MURATI.

L’antifemminismo religioso, già in età medioevale, impose di fuggire la donna
“arma del demonio, causa prima della nostra perdizione”. Erano tollerate la
moglie che assicura la progenie, la madre che alleva i figli, la tessitrice operosa, la
contadina instancabile, la vecchia fidata e silenziosa, la suora murata nella sua
clausura, ma tutte le altre erano sospette, soprattutto le giovani e belle che suscitano
odio e desideri.

Iniziata nel tardo Trecento la persecuzione alle donne accusate di aver stretto un
patto con Satana e di compiere inauditi malefici ai danni dell’umanità, dilagò nei
secoli successivi.

Dalla seconda metà del 1500, infatti, inquisitori, giudici, principi cattolici
condussero una battaglia aggressiva in nome della Chiesa di Roma, contro eretici e
donne malefiche.

Anche Carlo Borromeo, divenuto santo, ordinò vari processi che
videro condannate e bruciate centotrenta streghe condotte al rogo su un carro o in
groppa ad un asino, di solito nude fino alla cintola e frustate dal boia, tra la folla
schiamazzante che lancia sassi e frutta marcia.

Tale controllo delle coscienze fu soprattutto un tentativo di controllo sociale esteso in cui norma religiosa e norma politica modellano l’insieme dell’individuo. Si assistette ad un vero e proprio
crescendo di processi per stregoneria, come quello famoso a Gostanza da Libbiano
nel 1594, nel Lucchese. di cui parla in un suo libro Franco Cardini . Si
tratta di una popolana, al centro di un serrato processo, come molte altre donne
vittime, nelle campagne italiane, di un mondo fatto di superstizioni e di paure, di
tradizioni e di novità, di fantasia e di repressione.

Alle streghe, nel Seicento, il popolo agitava pugni e bastoni, come nel paese di
Zardino l’11 settembre 1610, giorno in cui venne arsa al rogo Antonia, la
protagonista del romanzo La chimera di Sebastiano Vassalli.

La ragazza-strega, vittima innocente, chiusa nella carrozza che la porta al patibolo,
incapace di comprendere, fino a quel momento, le ragioni delle sue sofferenze,
accompagnata da espressioni come Maledetta strega! Devi crepare! A morte! Al
rogo! ossessivamente urlate dal popolo, sadico nella sua bestiale
ignoranza, sembra finalmente rendersi conto di quanto il mondo sia insensato,
scosso dalle sue “mostruose malattie”.

Come, altrimenti, giustificare i venditori di vino, bibite, pesci fritti e angurie, i
campi brulicanti di carri, di bambini che si rincorrevano e giocavano a
nascondersi, di adulti che…mangiavano e bevevano e aspettavano di godersi da
lontano quel gran spettacolo del rogo della strega? (G. Vassalli; La Chimera; Einaudi 1991)

martedì 15 settembre 2009

AFORISMA N.6

Spesso più interessante della META
è IL CAMMINO che si fa per arrivarvi.

(sempre tratto da una vecchia pubblicità Omnitel)

LA FINE DELLE VACANZE

Si fa per dire. Per me le vacanze non sono mai iniziate.

Quando ero a scuola si, le vacanze si percepivano, si aspettavano, erano nell'aria.

Ma ora no : potrebbe essere sempre vacanza, ma allora non è più vacanza, perchè questa presuppone l'interruzione di qualcosa e in me questa interruzione non c'è mai.

Si, è vero , d'estate vado in campagna, ma lì continuo a fare quasi le stesse cose che faccio in paese, con una differenza: L'ambiente è diverso, molto diverso.

Potrei dire che in campagna si lavora di più, se non fosse che la maggior parte del lavoro si svolge all'aria aperta.

Ora anche questa pseudo vacanza è finita e si dovrebbe riprendere la consueta vita di sempre, se non fosse che sto rinnovando la cucina e quindi ho i muratori, i pittori e i falegnami per casa.

Tutto questo può essere divertente, ma stancante.

Ecco, alla fine della vacanza posso dire: sono stanca.

lunedì 14 settembre 2009

LA DONNA MEDIEVALE

Per proseguire nella mia ricerca sulla donna nei secoli,trascrivo alcuni brani della mia ricerca su internet, parzialmente rielaborata.
Quì si evidenzierà che la donna nel medioevo, non era affatto subalterna all'uomo, come invece avverrà solo alcuni secoli più tardi e i motivi di questa caduta all'indietro saranno l'argomento della mia prossima ricerca.

Per Boccaccio la donna non è un angelo (come per Dante), ma è semplicemente un essere umano (a testimonianza dell'appartenenza alla corrente umanista). Inoltre l'amore non è visto più solo come qualcosa di teorico, ma diventa un sentimento umano e terreno che spesso coinvolge la carne altrettanto o più dello spirito e accende le passioni più sensuali; può essere all'origine di grande felicità, ma anche di delusione, sofferenze, tradimenti, gelosia e odio. Oltre a non essere considerata un angelo, la donna per Boccaccio è l'unica protagonista. La dedica del capolavoro, il discorso rivolto alle donne ogni volta che l'autore interviene in prima persona, il ruolo di protagoniste che esse rivestono in molte novelle sono tutti elementi che rivelano l'evoluzione storica e sociale della donna in Boccaccio.

Nel Decameron, la donna non si limita ad essere ombra e riflesso della passione dell'uomo, ma diventa la vera attrice, che affronta e soffre la vicenda amorosa dentro di sé, come schietta creazione del proprio cuore. Cosa che non avviene in Dante. Quest'ultimo, infatti, non pone mai una donna come protagonista magari di un suo canto né tanto meno si azzarda a presentarci una donna che si innamora di un uomo.

In Boccaccio le donne acquistano dignità di personaggi per la prima volta nella nostra letteratura: la donna non solo è oggetto, ma anche soggetto di desiderio, né ha timore di esprimere i propri desideri erotici. La donna è anche capace di coraggio, dà prova di ingegno e di virtù, ma la sfera della sua azione è sempre ed esclusivamente limitata all'ambito erotico.Appare in Boccaccio la consapevolezza di quanto questo ruolo esclusivamente erotico, considerato un dato naturale, condanni la donna alla marginalità sociale;legata al sesso e alla maternità la donna è amata finché giovane e bella, ma poi è considerata buona a nulla.

La donna nel Decameron non è più la donna angelo: è la donna borghese, che unisce la naturalità del popolo alla nobiltà d'animo cortese, l'amore all'intelligenza e all'ingegno. In questa parte del lavoro riguardo la condizione della donna nel Medioevo prenderò in considerazione soprattutto la donna emancipata impegnata in affari commerciali e lavori che prima erano prevalentemente svolti dagli uomini.

Un altro tema importante è quello dell'amore, che può essere vissuto dalla donna in due modi: o a carattere soggettivo, la donna cioè che prova dei sentimenti amorosi in prima persona, oppure vista come oggetto di desiderio dall'uomo.

Definire la donna e tracciare una sua autonoma storia nei diversi contesti sociali è difficile e la difficoltà non è casuale: la subordinazione della donna all'uomo è millenaria e non si situa solo nella sfera delle relazioni familiari, sociali ed economiche; la donna non è mai stata considerata e non si è, per un lunghissimo tempo, considerata un soggetto autonomo, in grado di creare eventi.
La storia della donna è quindi spesso l'ombra dell'altra storia, fatta di imprese, idee e rivoluzioni di cui l'uomo è l'unico protagonista.

Il filo conduttore nella riflessione sulle donne è la constatazione di una disuguaglianza tra i sessi, di una discriminazione fondata sulla diversità biologica trasformata in un giudizio di inferiorità per il sesso femminile.

Resta da chiedersi che cosa ci sia all'origine di questa disuguaglianza: secondo alcune interpretazioni che si rifanno alla mitologia, è la capacità esclusivamente femminile, di creare nuova vita che ha provocato la paura e il risentimento degli uomini: un mito persiano dice che è la donna a creare il mondo e lo fa con un atto di creatività naturale che è suo e non può essere duplicato dall'uomo. Mette alla luce un gran numero di figli, i quali, grandemente stupiti da questo atto che essi sono incapaci di ripetere, si spaventano. Pensano: "Come possiamo essere certi che così come dà la vita non possa anche toglierla?" E così a causa della loro paura di questa misteriosa capacità della donna e della sua eventuale reversibilità la uccidono.

La società nel primo Medioevo non offriva alcuna garanzia di eguaglianza tra i due sessi. Maschi o femmine che fossero, non erano uguali né quanto a diritti, né davanti alla legge, né quanto a partecipazione alle responsabilità, alle cariche e dignità politiche. Accanto alla disuguaglianza giuridica esistevano rigide diversità sociali; nonostante ciò, le divisioni tra i vari strati sociali non erano affatto insuperabili. Esisteva infatti MOBILITA' SOCIALE, ed erano possibili ascese e declini che modificavano lo status giuridico dei singoli. Dobbiamo distinguere infatti tra la posizione giuridica di una persona e la sua collocazione sociale.

La popolazione delle città medioevali era quindi giuridicamente e socialmente composita: vi erano uomini al servizio del signore della città, mercanti che godevano della protezione del re durante i loro viaggi, ministeriali ovvero uomini di servizio di rango elevato. Molte delle persone che si recavano a vivere in città portavano con sé gli oneri e i legami cui erano sottomessi in campagna.

Le città in pieno sviluppo infatti, offrivano molteplici nuove possibilità per fondare un'attività produttiva o per crearsi una nuova vita. IL LAVORO FEMMINILE contribuì in larga misura allo sviluppo economico delle città medioevali; la stessa economia altomedievale sarebbe impensabile senza il contributo delle donne, ma è dagli inizi del dodicesimo secolo, con lo sviluppo dell'economia cittadina, che in Europa si registrarono essenziali trasformazioni nell'organizzazione del lavoro. Numerose donne tentarono la via del piccolo commercio di merci di propria produzione oppure acquistate da terzi o importate.

Grande e piccolo commercio spesso venivano esercitati da una stessa famiglia, per lo più alle donne era affidato il commercio al dettaglio, mentre gli uomini si muovevano altrove per affari di maggiore portata. C'è tuttavia anche un gran numero di donne che esercitavano in proprio il grande commercio.


L'età d'oro delle grandi commercianti europee comincia però solo nel XIV e XV secolo, quando anche nel resto d'Europa si diffonde il costume della partecipazione di donne alle società di commercio. Ma nonostante un numero relativamente alto di esempi di società commerciali a partecipazione femminile, questa forma di commercio restò piuttosto atipica per le donne, diffusa prevalentemente nei grandi centri di commercio su vasta scala e di esportazione. Per quanto riguarda il successo che le donne mercanti hanno avuto, si possono fornire solo indicazioni sparse: è un dato di fatto che per le donne fosse molto più difficile accumulare un patrimonio attraverso i commerci, vi erano donne che avevano depositi all'estero, a testimonianza dell'ampio raggio dei loro commerci. Molte erano le donne attive nel settore del commercio al dettaglio, spesso associate a coppia, e frequentemente tale attività era solo secondaria rispetto a quella prevalente di casalinga.

Naturalmente, le donne che si occupavano dei commerci a lungo raggio, data la necessità di stare assenti per lunghi periodi di tempo, non potevano invece occuparsi della casa e della famiglia. A sostegno di ciò si nota che, dall'alto al basso della scala sociale, le donne non restano così confinate in casa e sottomesse allo sposo quanto desidererebbero i mariti.

Non solo nel campo commerciale, ma anche nel settore contadino e artigianale, le donne sono attivamente impegnate. Inoltre, fin dalla più tenera età le donne erano educate a filare, a tessere, a cucire e ricamare senza posa. Questa incessante attività tessile ha certamente una funzione economica: risponde alla necessità del consumo domestico ed è anche volta verso la ricerca di guadagni che vengono dall'esterno.

Molte donne esercitano, soprattutto prima delle crisi del Trecento, un'attività più autonoma, fuori dalla famiglia; ed è per questo che quest'ultime si collocano fuori dall'ordine "naturale" assegnato al sesso femminile dalla società medievale. La loro reputazione quindi è senz'altro macchiata: vedove isolate, indigenti che guadagnano il loro pane filando, domestiche, recluse che vivono fuori da una comunità religiosa, tutte sono presto sospettate di cattiva condotta e facilmente accusate di prostituzione.

Senza dubbio questi motivi giustificano lo scarso numero delle lavoratrici autonome e delle donne che lavorano in proprio nell'artigianato e nel commercio.

Tali ambiti richiedevano una preparazione scolastica e professionale sempre più mirata, quindi restarono inaccessibili per le donne, la cui educazione si restringeva sempre più al campo familiare; ma sebbene i vincoli familiari e la vita matrimoniale mantenessero importanza verso la fine del medioevo, tuttavia nelle città tardo medioevali il numero delle persone non sposate era considerevole.

Si potevano trovare parecchie donne nubili nelle città, dove c'era un mercato del lavoro per il "gentil sesso" fino a quando erano fisicamente forti e in grado di lavorare. Proprio i lavori preliminari e marginali della produzione tessile erano tipici delle persone sole, ciò si nota ad esempio nella lingua inglese con la parola spinster, che oggi significa "zitella". In effetti queste donne erano legalmente ed economicamente indipendenti, però la loro posizione sociale era nella maggior parte dei casi molto bassa.

Chiedo scusa per la pesantezza dell'argomento, ma questa ricerca era una mia fissazione.

venerdì 11 settembre 2009

LA DONNA ROMANA

Vorrei continuare la mia ricerca sulla donna nei secoli, prendendo in considerazione la donna romana, cercando quindi di rispettare un certo profilo evolutivo.

Prima di andare a vedere da vicino come fosse la vita di una donna romana, occorre dire che in tutta l’antichità, da epoche ancestrali fino al secolo XX, la donna è sempre stata relegata ad un ruolo di forte subalternità all’uomo. Questa subalternità, che ha trovato varie scuse come per esempio la debolezza fisica e intellettuale del sesso femminile, scusa per eccellenza, si è manifestata in modi diversi, e più o meno intensi a seconda delle civiltà, delle latitudini, condizioni di vita generali.

Per quanto riguarda la donna romana, bisogna distinguere le tre fasi con cui si usa periodizzare la storia romana: età arcaica, età medio repubblicana (che per la scarsità e omogeneità di notizie saranno trattati assieme) e età imperiale. Un’altro carattere per descrivere la condizione della donna antica, è relativo alle varie tipologie di fonti, le descrizioni che gli autori ci danno, i testi legislativi, in modo tanto variegato che è difficile farne un quadro unico e completo.

Sarà piuttosto una raccolta di notizie, relative più che altro a temi per forza di cose vicine alle donne, come per esempio il matrimonio, l’educazione dei figli, le attività che potevano o non potevano svolgere.

Nel periodo più antico non c'è dubbio che la donna abbia avuto un ruolo di netta inferiorità rispetto all'uomo, sebbene Roma abbia seguito la tradizione etrusca e non greca, che le lasciava comunque più libertà. Fin dalla nascita era soggetto dello ius uitae necisque da parte del padre, cioè il diritto di ucciderla o no in particolari situazioni. Con il matrimonio, a seconda del tipo di rito, poteva passare dalla manus (cioè la sottomissione) del padre a quella del marito (manus maritalis), in questo caso i beni e la dote passavano al marito, unico detentore, poiché la donna nella nuova casa entrava non come pari al marito ma come figlia, quindi soggetta alla sua autorità.

Con la diffusione del matrimonio cum manu (cioè con il passaggio dell'autorità e dei beni paterni a quelli del marito) la donna doveva essere fedele all'uomo: in caso di adulterio chiunque all'interno della famiglia poteva ucciderla senza nemmeno denunciarla e quindi ricorrere alla giustizia pubblica. Doveva inoltre sopportare il tradimento da parte del marito e il ripudio, anche se questo avveniva di rado, cioè in caso di decesso dell'uomo o che sia reso schiavo per debiti o per la guerra. Per tali motivi la donna nel periodo più antico non poteva mai stare a capo di un famiglia romana, ma sempre in loco filiae, in posizione di 'figlia', sia quando ritornava dal padre sia quando era soggetta al marito.

Figure atipiche del periodo arcaico e che si manterranno tali anche durante tutto l'impero fino alla loro soppressione da parte dei cristiani erano le uestales, le uniche che dopo il loro periodo di sacerdozio, che iniziava a circa sei anni e durava una trentina di anni, erano totalmente autonome, poiché erano sottratte alla tutela muliebre (tutela mulierum).

Se il marito muore la donna diventava sui iuris, cioè in teoria indipendente, ma le viene affidato un tutore legale, che gestiva i beni per lei e convalidava i contratti o qualsiasi documento pubblico.

Verso la fine della repubblica la situazione migliorò, creando le premesse per l'emancipazione imperiale: bastava che il tutore sia stato assente anche per pochissimo tempo che la donna lo denunciasse al pretore e se ne facesse dare uno di fiducia. Il tutore, inoltre, non poteva più amministrare i suoi beni me era un semplice prestanome che rendeva valide le operazioni giuridiche della donna: firmare un contratto, accettare un testamento o intentare azioni giuridiche. Cedere beni e prestiti potevano essere fatti senza l'auctoritas del tutore e, se venivano rispettate alcune formalità, potevano redigere il testamento.

Sempre verso la fine della repubblica le tre forme di matrimonio arcaiche cominciarono ad avere la loro crisi: l'usus, cioè il matrimonio dopo una coabitazione prolungata per un anno e non interrotta per tre notti di seguito, che comportava il passaggio dell'autorità al marito, scompare rapidamente, per via delle difficoltà sociali che comportava. La coemptio, cioè una fittizia vendita della donna dal padre al marito (anche qui egli acquista l'autorità del padre), si diffonde verso la fine della repubblica ma declina con gli inizi dell'impero; la confarreatio cioè il matrimonio religioso per eccellenza, cade in disuso e si mantiene solo per le famiglie nobili e per il flamen Dialis, per cui era indispensabile questo tipo di legame, che era l'unico religioso. Si diffonde accanto a questi il matrimonio sine manu, cioè più libero degli altri, che poi nel periodo imperiale sarà il matrimonio principale, conservato dal cristianesimo con qualche adattamento e arrivato fino a noi. Con questo tipo di matrimonio la donna rimaneva giuridicamente alla famiglia di appartenenza e aveva perciò la facoltà di ereditare i beni del padre alla morte di questi.
Usanza tipica della repubblica che durerà anche durante il periodo imperiale è quello di non far bere il vino puro alle donne durante i banchetti, questo perché il vino dell'antichità era considerato troppo forte per una donna. Perciò dovevano bere solo vino annacquato (mulsum), usanza che fu usata soprattutto nei banchetti pubblici, mentre nei privati variava da casa a casa

Le donne come figure storiche non mancano durante la repubblica: dapprima si hanno figure sullo stile di Lucretia e di Clodia, la prima esempio della donna tradizionale, cioè dedita alla casa e ai figli e fedele al marito quando questi è lontano in guerra, la seconda rappresenta le virtù femminili come sacerdotessa devota.

Con il passare del tempo accanto alla figura tradizionale della donna se ne affiancano due: quella della madre sapiente che educa i figli come gioielli, la tarda repubblica è piena di queste donne forti che con la precoce morte del marito crescono i figli che poi diverranno grandi protagonisti della storia, basti pensare a Cornelia, la amdre dei Gracci e ad Aurelia, la madre di C. Iulius Caesar; e quella della donna intellettuale, che una volta diventata vedova, si attorniava si intellettuali, rendendo la propria casa un luogo di diffusione e elaborazione della cultura dell'epoca. Non mancano le donne che si cimentano per prime nella composizione di versi come Sulpicia.

Nel periodo imperiale la donna acquista una libertà e un riconoscimento sempre maggiore all'interno della società romana: intorno al II secolo d.C. viene riconosciuta come parentela legittima sia la cognatio (la parentela di discendenza femminile, già in parte riconosciuta durante la tarda repubblica) sia l'agnatio (la parentela di discendenza maschile), mentre durante la repubblica e il primo impero solo l'ultima era riconosciuta come famiglia legittima; vengono confermate le novità introdotte verso la fine della repubblica: la tutela da parte della madre dei propri figli in caso il padre sia deceduto o che venga riconosciuto come un cattivo genitore. Per quanto riguarda il diritto alla successione abbiamo due importanti tappe: la prima sotto Hadrianus, con il senatus consultum Tertullianum, in cui viene riconosciuta la successione dei figli della madre, qualora ne avesse almeno tre, in caso di morte del marito; la seconda sotto Marcus Aurelius, con il senatus consultum Orfitianum del 178, quando in caso di morte del marito i figli della moglie hanno la prevalenza sulla discendenza del marito, per quanto riguarda la successione.

Du: entra nella nuova casa alla pari con l'uomo, il nuovo matrimonio si fonda infatti sul consenso di entrambi gli sposi. Con questo tipo di matrimonio la dote e i beni della donna affluiscono in L'amministrazione dei beni della dote e della donna sono regolati anche da altre leggi: sempre con la lex Iulia si sancisce che una parte dei beni affluiti in quelli del marito debbano essere usati per stabilire la dote delle proprie figlie; stabilisce anche che i beni della donna non possono garantire i debiti del marito. Con un senatus consultum Velleianum sotto Claudius, nel 46 d.C., si vieta alla donna di impegnarsi a favore del marito o di un terzo usando i propri beni, uso mantenuto in Francia fino alla rivoluzione del 1789.

Ritornando alla questione dell'adulterio nel 18 a.C. con la lex Iulia de adulteriis coercendis Augustus stabilisce che in caso il marito colga in flagrante la donna abbia il diritto-dovere di uccidere l'amante ma non la donna, poi deve denunciare l'adulterio alle pubbliche autorità, in caso non lo faccia è accusato di stupro (stuprum, lenocinium) moralmente. Se è il padre della donna a cogliere in flagrante l'adulterio deve uccidere entrambi o verrà accusato di assassinio. Sia il padre che il marito devono denunciare l'adulterio entro sessanta giorni, trascorsi i quali hanno ulteriori quattro mesi di tempo, durante i quali chiunque può denunciare il crimine.

Fu proprio in questo periodo che la donna godette di una considerazione che potremmo tranquillamente confrontare con quella odierna: la sua autonomia e la sua reputazione non la rendevano più una sottoposta dell'uomo, ma una sua pari; già al giurista Gaius la presunta inferiorità intellettuale delle donne sembra una questione oziosa e fatica a considerare i tutori come qualcosa di utile. Così dai testi imperiali troviamo donne che gareggiano con gli uomini in tutti i campi, dall'atletica al tiro di spada, dalla filosofia alla grammatica, e non mancava chi riuscisse a superare per conoscenze qualche grammatico professionista, senza contare le donne che si interessavano di politica o di strategie militari.

Alcune donne potevano anche seguire la carriera del gladiatore: è noto attraverso epigrafi che durante il periodo imperiale anche le donne, se volevano, potevano combattere nell'arena. Da sottolineare il filosofo Gaius Musonius Rufus, che teorizzò, e tentò di metterla in pratica, l'uguaglianza intellettuale e morale dei due sessi sotto i Flaui. Dal punto di vista storico si hanno molte protagoniste di notevole importanza: basti pensare a figure come Iulia Domna o Iulia Mamea o alle altre molteplici Augustae che hanno influenzato le decisioni di vari imperatori o governato per loro o con loro. Per far capire quanto sia notevole la svolta della condizione femminile, basti pensare che si diffusero esempi di donne romane la cui memoria veniva onorata e imitata, e non si tratta di donne passate alla storia come brave filatrici o bambinaie, ma per aver partecipato alla vita pubblica in modo attivo o per le loro doti, come Tacitus elogiò Paulina. Moltissime donne, sono poi elogiate come abili scrittrici, tanto da essere paragonate nello stile a Plautus e Terentius, quest'ultimo divenuto un classico della letteratura latina insieme a Sallustius, Cicero e Vergilius.

Oggi molti storici considerano l'emancipazione della donna come la causa della crisi della famiglia nell'antica Roma: l'antico ordine repubblicano nel II secolo d.C. era ormai dissolto e le donne avevano già acquistato le libertà sopradette. Sono i lamenti di poeti come Iuuenalis o le lettere di Plinius Secundus a far nascere il dubbio che emancipare la donna sia stata la causa della crisi, ma bisogna tener conto anche di chi siano questi personaggi che protestano: Plinius Secundus è un nobile che più di una volta si dimostra un sempliciotto spesso freddo e insensibile, Iuuenalis scrive le sue satire non con l'ironia di un Horatius o di un Persius, ma con un forte astio verso questa nuova società che si era affermata ed è nota la sua misoginia. Non stupisce perciò se tra le righe di questi autori, in particolare Iuuenalis, troviamo disprezzo verso le donne, usate come simbolo dell'immoralità.

L'unica cosa certa che fu fatta forse per mantenere un pò l'ordine, fu una legge di Hadrianus che divideva i luoghi e le ore per le terme tra uomini e donne: prima non c'era alcuna distinzione e spesso uomini e donne andavano assieme, ricordiamo però che l'imperatore fu anche autore di altre leggi che emanciparono la donna.

Col trapasso dal mondo antico al mondo medievale e i regni romano-barbarici la condizione peggiorò ma non subì una sconfitta totale: anche nel medioevo c'erano vere e proprie protagoniste che vivevano alla pari con gli uomini e piano piano ripresero molte libertà. Dobbiamo aspettare l'età moderna perché la condizione si aggravi di brutto e la donna ritorni in permanente condizione di inferiorità rispetto all'uomo.

giovedì 10 settembre 2009

Aforisma n,5

Solo CHI FA può SBAGLIARE
( sempre dalla vecchia pubblicità Omnitel)

mercoledì 9 settembre 2009

AFORISMA N.4

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Il sucesso non è FARE QUELLO CHE VUOI ma
VOLERE QUELLO CHE FAI.
(da una vecchia pubblicità Omnitel)
**************

SULLA SEMPLICITA' DEGLI UOMINI E SULLA COMPLICATEZZA DELLE DONNE

Ormai l'avrete capito, soffro d'insonnia.

Quello di cui vi voglio parlare oggi, non è ancora la sorpresa che vi avevo annunciato in occasione del diciasssettesimo visitatore, ma una mia riflessione sugli uomini e sulle donne, tanto per completare un po' la mia ricerca sulla differenza sostanziale che li connota entrambi.

Gli uomini sono più semplici per via del fatto che , quando si pongono un obiettivo perseguono costantemente quella meta senza lasciarsi fuorviare se non in parte. Le donne invece, si soffermano a osservare mille cose, mille altre possibilità.

Per fare un esempio banale, basta osservarli passeggiare per i negozi: la donna si sofferma sempre a guardare le vetrine, rimuginando a quello che in futuro potrebbe servirle, anche se poi alla fine non compra niente ( o compra troppo, secondo i casi).

Gli uomini sono più semplici, sarà sicuramente un fatto fisiologico o biologico: per riprodursi la donna deve per forza avere una struttura più complessa; i suoi orologi bologici sono più di uno, al contrario che per l'uomo, il cui meccanismo di funzionamento è ancora una volta molto semplice.

Questa complessità concede alle donna l'indubbio vantaggio della versatilità,ma forse costituisce anche la sua debolezza perchè è molto difficile svolgere contemporaneamente innumerevoli compiti e farli bene.

Le donne sono, per contro, proprio a causa della loro complessità, ottime consigliere.

Buona notte. A presto.

lunedì 7 settembre 2009

ASPETTO IL DICIASSETTESIMO SOSTENITORE

E penso non arriverà mai: sarà forse una questione superstiziosa, ma a me, veramente, il numero diciassette ha sempre portato fortuna . Ci sono molte persone tuttavia che farebbero di tutto pur di non incappare nel fatidico numero.

Non so se anche tra i blogger ci sono di queste persone. In teoria non dovrebbero perchè, almeno quelle che ho avuto modo di conoscere dimostrano di essere molto aperte e di gran lunga superiori a queste banalità.

In realtà sto quasi scherzando: è che mi sembra come quando si aspetta un numero al gioco del lotto e questo non esce.

Io non giocherei mai al lotto, sia per questioni di probabilità, che per il fatto che i sogni non mi va di comprarli, ma preferisco lottare affinchè si realizzino.

Un bacio a tutti: sono felice perchè mi hanno riaggiustato il telefono.

Sindrome da dipendenza?

E' da quattro giorni che ho il telefono guasto e , di conseguenza non riesco a connettermi.
La cosa mi ha procurato un certo malessere, cui si è aggiunta insonnia, nervosismo e irrequietezza.
Si tratta forse di una sindrome da astinenza o forse è stato un malessere casuale?

Mi piacerebbe sapere se a qualcuno di voi è accaduto qualcosa di simile.

Nell'attesa che il guasto sia riparato, vi abbraccio tutti calorosamente.

giovedì 3 settembre 2009

SULLA DEBOLEZZA DEGLI UOMINI E SULLA FORZA-DEBOLEZZA DELLE DONNE

Premetto che io non sono femminista, anzi non mi sono mai interessata di questo problema.

C'è però una riflessione che ho fatto da sempre e su cui addirittura mi ripromettevo di scrivere un libro che seguisse una ricerca. Ricerca che non ho potuto effettuare per mancanza di tempo, per motivi familiari e anche, devo dire per un tAntino di innata pigrizia.

Il problema della diversità tra uomo e donna mi ha toccato da sempre e mai mi ha sfiorato il dubbio che uomini e donne siano uguali: sono e non possono che essere diversi , ma in questa diversità è la donna che ha la meglio, per tanti motivi che cercherò di supportare con una breve ricerca.

Comincio il discorso parlando del matriarcato.

Una tesi avanzata da diversi storici ritiene reale il matriarcato in epoca neolitica, riconoscendo l'esistenza di un capo supremo donna e in generale delle donne come capi-famiglia. All'uomo sarebbero state demandate le funzioni pratiche di sussistenza (approvogionamento caccia - funzioni "esterne" all'aggregato sociale, alla caverna), alla donna si sarebbe invece delegata l'organizzazione sociale ("funzione interna").

Le ipotesi, formulate col metodo deduttivo su una base d'indagine, si articolano poi di molte corollarie teorizzazioni, ma sostanzialmente pensano alla possibilità di nuclei associati preistorici denotati da una figura femminile stabile nel centro geografico di aggregazione del nucleo sociale, mentre il maschio avrebbe avuto funzioni cercatorie, esplorative e all'occorrenza di difesa. Per la presenza costante in situ la donna aveva dunque diretto e continuo contatto con l'essenziale economia e dunque avrebbe di fatto gestito il potere: ipotesi possibile, ma per molti poco convincente. Molto di più lo è quella che motiva il primato della donna e la sua gestione del potere economico-politico con l'enorme prestigio che le derivava dal fatto di essere considerata unica procreatrice dei membri del gruppo, prestigio che le fu tolto solo dalla scoperta della psternità.

L'archeologia certo fornisce buon saggio dell'antichità dei culti femminili: sono davvero numerose le cosiddette Veneri preistoriche ossia semplici statuette databili ad almeno 15.000 anni fa; queste raffigurazioni, laddove prive di una caratterizzazione di sesso, riproducono comunque archetipi di fertilità (seni e fianchi enfatizzati), e molte epoche le separano dalle prime raffigurazioni maschili. Si tratta dunque quasi certamente di segni femminili, sebbene (almeno in qualche caso) ne sia un po' meno certa l'effettiva adibizione ad oggetti di culto.


Nella mitologia greca, si ebbe con il mito delle amazzoni un emblematico esempio di società matriacale. Studiando la mitologia si reputa anche in Grecia la presenza di una società matriarcale prima dell'arrivo degli Achei. I riti religiosi indicavano un'autonomia della donna a rimanere in gravidanza e quindi a generare la vita, la paternità non veniva tenuta in nessun conto.

Altri recenti studi nelle scienze sociali, hanno sostenuto l'ipotesi del matriarcato come reale forma di governo delle comunità umane primitive partendo dal fatto che nella storia comparata delle religioni risultano divinità femminili molto importanti, con culti relativi come quelli delle Dee Madri, anche personalizzate in dee come (Astarte, Cibele, ecc..). Tali culti erano diffusi specialmente nel Mar mediterraneo centro-orientale, e la grande madre simbolicamente era indentificata con la terra che porta frutti. Tesi ipotesi è stata sostenuta ad esempio dall'antropologo spagnolo Pepe Rodriguez.

Tali ricerche avvalorano l'ipotesi secondo cui, mi pare proprio nell'isola di Cipro, essendo stata da poco scoperta l'agricoltura, e dovendo le donne occuparsi, oltre che della figliolanza, anche dell'andamento dei campi e dell'organizzazione sociale, mentre gli uomini, pigri per natura, non facevano altro che bighellonare, decisero di coinvolgerli, demando a questi ultimi proprio la questione pubblica cui esse non potevano assolvere avendo COSE PIU' IMPORTANTI DA FARE.

Spero di continuare la mia ricerca nel prossimo capitolo.