Così il ministro Brunetta vorrebbe riscrivere l'articolo primo della nostra Costituzione.
Al che il giurista Gustavo Zagrebelsky ha obiettato: "sostituire il "lavoro" con "merito" o "competizione" significa volersi eporre a quell'ideologia terribile che è il darwinismo sociale"
Quando , nel '48 , fu scritta la nostra Costituzione, si cercò di trovare un terreno d'incontro il più ampio possibile. Del resto, la natura delle norme costituzionali è proprio questa: essere il prodotto di una convergenza, non di imposizione di una parte sulle altre.
All'inizio, comunisti e socialisti avrebbero preferito la formula "repubblica di lavoratori", ma Fanfani, nel proporre la formula che adesso troviamo, così si espresse: "Dicendo che la repubblica è fondata sul lavoro, si esclude che essa possa fondarsi sul privilegio[.....] e si afferma invece che essa si fonda sul dovere, che è anche diritto ad un tempo per ogni uomo, di trovare, nel suo sforzo libero, la sua capacità di essere e di contribuire al bene della comunità nazionale" ( 22 marzo 1947).
Così prosegue Zagrebelsky : ".....in un tempo in cui la disoccupazione è crescente e il lavoro diventa bene sempre più raro di cui si appropriano i privilegiati, i forti, i figli dei ricchi, a danno di coloro che sono privi di protezioni legali o corporative e di raccomandazioni personali.[...].mi sembra che queste affermazioni siano più attuali che mai."
Il ministro Brunetta, in fondo, ripropone le ragioni della sua battaglia a favore dei meritevoli contro i fannulloni.
Come dargli torto? Ma, obietta il giurista, "questo intento, in assenza di una politica sociale per il lavoro- una politica che la Costituzione richiede- si risolverebbe in una gara falsata, vinta necessariamente dai più forti."
E aggiunge: " L'articolo 1 della Costituzione non protegge affatto i parassiti sociali. Al contrario! Ma vuole che tutti i cittadini abbiano la possibilità di accesso al lavoro e nel lavoro possano far valere ciò che valgono, in un'uguaglianza di opportunità dove il merito, e non il sindacalismo deteriore, o l'appartenenza a giri di potere, abbiano la meglio." (Gustavo Zagrebelsky ,su "il venerdì" di Repubblica ,12 marzo 2010)
martedì 23 marzo 2010
DESTRA E SINISTRA: LA DIFFERENZA E' SCRITTA NEI GENI
Secondo i più recenti studi dello psicologo Satoshi Kanazawa e del neurologo David Amodio, le preferenze politiche sarebbero condizionate dalla struttura del cervello che si eredita alla nascita.
L'essere conservatori è infatti la modalità di base degli esseri umani, perchè implica un particolare attaccamento alla "tribù" ristretta di parenti e amici, paure irrazionali che portano ad una maggiore religiosità e anche una tendenza alla poligamia maschile: ciò è dovuto ad un'alta attività dell'amigdala.
Nei progressisti , invece, sembra essere più attiva la corteccia cingolata anteriore, che blocca l'impulsività, dando più tempo per riflettere sulle proprie azioni.
Da queste premesse sembrerebbe impossibile convincere un elettore conservatore a votare per uno schieramento progressista e viceversa.
Ma il problema che io mi pongo è se sia possibile, mediante un adeguato allenamento, agire sulle aree cerebrali interessate attivandole.
Io penso di sì, altrimenti non sarebbe stata possibile l'evoluzione.
L'essere conservatori è infatti la modalità di base degli esseri umani, perchè implica un particolare attaccamento alla "tribù" ristretta di parenti e amici, paure irrazionali che portano ad una maggiore religiosità e anche una tendenza alla poligamia maschile: ciò è dovuto ad un'alta attività dell'amigdala.
Nei progressisti , invece, sembra essere più attiva la corteccia cingolata anteriore, che blocca l'impulsività, dando più tempo per riflettere sulle proprie azioni.
Da queste premesse sembrerebbe impossibile convincere un elettore conservatore a votare per uno schieramento progressista e viceversa.
Ma il problema che io mi pongo è se sia possibile, mediante un adeguato allenamento, agire sulle aree cerebrali interessate attivandole.
Io penso di sì, altrimenti non sarebbe stata possibile l'evoluzione.
domenica 21 marzo 2010
LA VITA E'...
Svegliarsi una mattina
E scoprire sul volto
Una ruga in più.
Capire che il tempo
Lascia i suoi segni fuori,
Non dentro.
Incontrare un vecchio e scoprire
Ch’è più giovane di te,
Di te che hai vissuto,
Ma non abbastanza per capire
Che la morte
Non può fare paura.
venerdì 5 marzo 2010
L'ITALIA DEL "NUN SE POTREBBE"
Mi è piaciuto questo post di Alessandro Giglioli e vi invito a leggerlo.
martedì 2 marzo 2010
LA SUPERLINGUA
Che fine farà la lingua italiana? Me lo chiedo da tempo, dato che leggendo qua e là e ascoltando la tv, mi rendo conto che la molteplicità espressiva si va sempre più esaurendo e soprattutto la correttezza ortografica e sintattica è qualcosa su cui si sorvola facilmente.
Anch'io adesso, quando scrivo, sono più attenta al contenuto di quello che dico piuttosto che alla forma e mi rendo conto di aver perso quel rigore a cui nella scuola che io frequentavo e nei vari concorsi che via via sostenevo, cercavano di abituarci.
Purtroppo mi rendo conto che la lingua è un codice e quindi nasce da convenzioni che impongono certe regole, venendo meno le quali si pregiudica perfino la stessa capacità di comprendersi.
Oggi purtroppo, il rispetto di tali regole è molto vago: la nostra lingua è contaminata dai dialetti, dai gerghi e dai termini stranieri, che noi spesso preferiamo perchè fa più chic.
A dare corpo alla mie vaghe idee ,è intervenuto un articolo di Piero Citati ,apparso su la Repubblica, in cui egli,dopo un appassionante discorso sulla evoluzione storica della lingua italiana, giunge alla conclusione che è venuto il momento di salvare la nostra lingua, una superlingua, la definisce," che contiene in sé stessa decine di lingue e di stili parziali. Racchiude molte isole, spesso diversissime tra loro: eppure tutte queste isole fanno parte della stessa superlingua". Per questa caratteristica egli assimila maggiormente l'italiano al greco più che al latino dal quale vogliamo che essa derivi.
"Se vogliamo conoscere quale sia la vera forma dell´italiano, dobbiamo leggere lo Zibaldone,"- scrive Citati-" dove Leopardi studia la nostra lingua con una passione e una precisione, che nessuno ha mai eguagliato."
Singolare, nel suo escursus storico, è l'analisi dell'italiano nell'immediato periodo post-fascista, in cui si distiguono non una ma due lingue diverse: quella democristiana,che "affondava soprattutto nel linguaggio ecclesiastico, avvocatesco e giuridico: era ramificata, aggrovigliata, spesso (come nel caso di Aldo Moro) incomprensibile"; quella comunista che, al contrario,"soffocava sotto il peso delle formule marxiste o paramarxiste, ricalcate sulla prosa sovietica. Non aveva né vivacità né movimento".
Non mancarono successivamente le contaminazioni fra i due linguaggi,che produssero incredibili mostri linguistici.
Per quanto riguarda l'influenza dell'inglese, Citati osserva che la sua diffusione, pur essendo capillare,ha interessato soltanto gli aspetti lessicali, ma non ha sconvolto la struttura della nostra lingua, che è rimasta intatta,dimostrando così il suo essere una lingua piuttosto conservatrice.
Che ne è dell'italiano di oggi?
". Il primo segno- scrive Citati- è la scomparsa quasi completa delle lingue politiche: il democristiano e il sovietico" : oggi i politici usano un liguaggio più simile a quello dei loro ascoltatori; in televisione è comparso quel mostro linguistico dei talk-show, in cui chi polemizza, chi insulta, chi offende, chi dottoreggia, tutti cercano di strizzare l'occhio agli ascoltatori, non riuscendo tuttavia ad attrarre la loro simpatia, mentre nel frattempo si va diffondendo una sotto-lingua, come egli la definisce, ed è quella che possiamo trovare nelle scuole, dalle primarie all'università, in cui docenti e studenti producono un linguaggio che si inquina reciprocamente, dato che gli stessi docenti sono ormai inconsciamente influenzati dal lessico che emerge dagli elaborati dei loro studenti , con cui continuamente hanno a che fare, elaborati in cui si sconosce la punteggiatura, si passa da un errore ortografico ad un altro, si sconosce la maniera di esprimere anche i sentimenti più semplici( io ne ho fatto l'esperienza).
Non è un caso che , in una famosa università di Torino, come lessi alcuni giorni fa, gli studenti iscritti al primo anno in Medicina, vengono sottoposti a corsi preparatori di lingua italiana, dato che,durante il periodo del corso di laurea essi non avranno più modo di colmare le lacune che si sono lasciati dietro nei precedenti anni scolastici.
Che fare allora? Il rimedio proposto è quello vecchio di sempre: la lettura ( di libri), perchè non è vero,prosegue Citati, che i nostri bambini cosiddetti "nativi digitali", non sapranno dedicare qualche ora del loro tempo alla lettura, sottraendola agli altri passatempi tecnologici, basta semplicemente che siano educati a fare ciò, e in questo la responsabilità ricade naturalmente sui genitori e sugli insegnanti.
Anch'io adesso, quando scrivo, sono più attenta al contenuto di quello che dico piuttosto che alla forma e mi rendo conto di aver perso quel rigore a cui nella scuola che io frequentavo e nei vari concorsi che via via sostenevo, cercavano di abituarci.
Purtroppo mi rendo conto che la lingua è un codice e quindi nasce da convenzioni che impongono certe regole, venendo meno le quali si pregiudica perfino la stessa capacità di comprendersi.
Oggi purtroppo, il rispetto di tali regole è molto vago: la nostra lingua è contaminata dai dialetti, dai gerghi e dai termini stranieri, che noi spesso preferiamo perchè fa più chic.
A dare corpo alla mie vaghe idee ,è intervenuto un articolo di Piero Citati ,apparso su la Repubblica, in cui egli,dopo un appassionante discorso sulla evoluzione storica della lingua italiana, giunge alla conclusione che è venuto il momento di salvare la nostra lingua, una superlingua, la definisce," che contiene in sé stessa decine di lingue e di stili parziali. Racchiude molte isole, spesso diversissime tra loro: eppure tutte queste isole fanno parte della stessa superlingua". Per questa caratteristica egli assimila maggiormente l'italiano al greco più che al latino dal quale vogliamo che essa derivi.
"Se vogliamo conoscere quale sia la vera forma dell´italiano, dobbiamo leggere lo Zibaldone,"- scrive Citati-" dove Leopardi studia la nostra lingua con una passione e una precisione, che nessuno ha mai eguagliato."
Singolare, nel suo escursus storico, è l'analisi dell'italiano nell'immediato periodo post-fascista, in cui si distiguono non una ma due lingue diverse: quella democristiana,che "affondava soprattutto nel linguaggio ecclesiastico, avvocatesco e giuridico: era ramificata, aggrovigliata, spesso (come nel caso di Aldo Moro) incomprensibile"; quella comunista che, al contrario,"soffocava sotto il peso delle formule marxiste o paramarxiste, ricalcate sulla prosa sovietica. Non aveva né vivacità né movimento".
Non mancarono successivamente le contaminazioni fra i due linguaggi,che produssero incredibili mostri linguistici.
Per quanto riguarda l'influenza dell'inglese, Citati osserva che la sua diffusione, pur essendo capillare,ha interessato soltanto gli aspetti lessicali, ma non ha sconvolto la struttura della nostra lingua, che è rimasta intatta,dimostrando così il suo essere una lingua piuttosto conservatrice.
Che ne è dell'italiano di oggi?
". Il primo segno- scrive Citati- è la scomparsa quasi completa delle lingue politiche: il democristiano e il sovietico" : oggi i politici usano un liguaggio più simile a quello dei loro ascoltatori; in televisione è comparso quel mostro linguistico dei talk-show, in cui chi polemizza, chi insulta, chi offende, chi dottoreggia, tutti cercano di strizzare l'occhio agli ascoltatori, non riuscendo tuttavia ad attrarre la loro simpatia, mentre nel frattempo si va diffondendo una sotto-lingua, come egli la definisce, ed è quella che possiamo trovare nelle scuole, dalle primarie all'università, in cui docenti e studenti producono un linguaggio che si inquina reciprocamente, dato che gli stessi docenti sono ormai inconsciamente influenzati dal lessico che emerge dagli elaborati dei loro studenti , con cui continuamente hanno a che fare, elaborati in cui si sconosce la punteggiatura, si passa da un errore ortografico ad un altro, si sconosce la maniera di esprimere anche i sentimenti più semplici( io ne ho fatto l'esperienza).
Non è un caso che , in una famosa università di Torino, come lessi alcuni giorni fa, gli studenti iscritti al primo anno in Medicina, vengono sottoposti a corsi preparatori di lingua italiana, dato che,durante il periodo del corso di laurea essi non avranno più modo di colmare le lacune che si sono lasciati dietro nei precedenti anni scolastici.
Che fare allora? Il rimedio proposto è quello vecchio di sempre: la lettura ( di libri), perchè non è vero,prosegue Citati, che i nostri bambini cosiddetti "nativi digitali", non sapranno dedicare qualche ora del loro tempo alla lettura, sottraendola agli altri passatempi tecnologici, basta semplicemente che siano educati a fare ciò, e in questo la responsabilità ricade naturalmente sui genitori e sugli insegnanti.
giovedì 25 febbraio 2010
SOLILOQUIO
Vediamo se riesco ancora a mettere insieme quattro parole, dato che è ormai da tempo che non scrivo su questo blog.
Il fatto è che, da un po' di giorni, lo uso quasi esclusivamente per leggere, dato che non riesco più a passare quella mezzoretta al giorno con il quotidiano in mano, nè a seguire con qualche interesse i soliti teatrini dei talk show televisivi, data la nausea provocata dalla marea di notizie e notizuole buttate giù o dette solo per attirare lettori o spettatori.
A proposito, un po' di Porta a Porta l'ho visto l'altra sera, giusto per assistere ad una mano della partita di scherma tra Vespa e Santoro.
Non mi diverto più: ormai tutto mi sembra ridotto a pura competizione: ogni parola è un'arma per duellare con l'avversario di turno. E il motivo di tutto ciò lo vedo nella effettiva assenza di reali argomenti di discussione: ormai si parla o si scrive solo per riempire un vuoto, sonoro o di pagine bianche, ma ciò che viene detto non approda ad alcun risultato e non persegue alcun fine che la propria autoreferenzialità e allora ho cercato di dedicarmi ad altro: uscire di più, incontrare gente "vera", dedicarmi a qualche lavoro manuale, stare un po' di più a contatto con la natura.
Ho anche tenuto spento il computer per interi giorni, ma mi sono resa conto che ormai questo strumento tecnologico è entrato a far parte della nostra quotidianità, come il telefono: non se ne può più fare a meno.
Penso che non sarei più capace di scrivere a penna ( non so nemmeno se la mia calligrafia è ancora quella di qualche anno fa o è cambiata anch'essa, come del resto cambia la personalità , quando nel tempo si accumulano esperienze diverse.
Penso anche che dovrei cambiare il titolo di questo blog, perchè mi sa che non mi troverò mai.
Il fatto è che, da un po' di giorni, lo uso quasi esclusivamente per leggere, dato che non riesco più a passare quella mezzoretta al giorno con il quotidiano in mano, nè a seguire con qualche interesse i soliti teatrini dei talk show televisivi, data la nausea provocata dalla marea di notizie e notizuole buttate giù o dette solo per attirare lettori o spettatori.
A proposito, un po' di Porta a Porta l'ho visto l'altra sera, giusto per assistere ad una mano della partita di scherma tra Vespa e Santoro.
Non mi diverto più: ormai tutto mi sembra ridotto a pura competizione: ogni parola è un'arma per duellare con l'avversario di turno. E il motivo di tutto ciò lo vedo nella effettiva assenza di reali argomenti di discussione: ormai si parla o si scrive solo per riempire un vuoto, sonoro o di pagine bianche, ma ciò che viene detto non approda ad alcun risultato e non persegue alcun fine che la propria autoreferenzialità e allora ho cercato di dedicarmi ad altro: uscire di più, incontrare gente "vera", dedicarmi a qualche lavoro manuale, stare un po' di più a contatto con la natura.
Ho anche tenuto spento il computer per interi giorni, ma mi sono resa conto che ormai questo strumento tecnologico è entrato a far parte della nostra quotidianità, come il telefono: non se ne può più fare a meno.
Penso che non sarei più capace di scrivere a penna ( non so nemmeno se la mia calligrafia è ancora quella di qualche anno fa o è cambiata anch'essa, come del resto cambia la personalità , quando nel tempo si accumulano esperienze diverse.
Penso anche che dovrei cambiare il titolo di questo blog, perchè mi sa che non mi troverò mai.
domenica 7 febbraio 2010
SBAGLIANDO S'IMPARA. OPPURE NO?
Ho letto tempo fa un bell'articolo di Piero Angela che mi ha fatto molto riflettere e di cui pubblico uno stralcio, convinta che come le spiega lui certe cose non sarei capace di farlo io.
Come dice il proverbio: sbagliando s'impara. Ed è vero. Lungo tutta la nostra vita accumuliamo esperienze attraverso i nostri errori.
Come dice il proverbio: sbagliando s'impara. Ed è vero. Lungo tutta la nostra vita accumuliamo esperienze attraverso i nostri errori.
Ma in certi casi l'apprendimento per esperienza non serve, anzi, è catastrofico. Se, per esempio, si scala l'Everest senza conoscerne i pericoli, non c'è più tempo per trarre insegnamento dagli errori. Si muore prima, per freddo, fame, intemperie e mancanza di ossigeno. Ciò vale per molte cose, in particolare per le scelte che riguardano il nostro avvenire. Se si va verso il futuro senza conoscerne i problemi, l'apprendimento per errori non serve più. È troppo tardi. Ma una delle capacità del nostro cervello è quella di fare ipotesi, congetture, progetti, simulazioni che gli consentano di immaginare situazioni future, di intuirne le conseguenze e quindi di evitare i pericoli e ridurre i rischi, prendendo oggi le decisioni necessarie. Questa capacità è frutto non solo di un cervello complesso, ma di un allenamento mentale che deve cominciare dall'infanzia, attraverso l'esperienza del gioco, e continuare poi con una varietà di stimoli creativi. È un tipico meccanismo umano, che da sempre è alla base dell'immaginazione e delle invenzioni. Invenzioni di macchine, di idee, di strategie, di progetti. Per risolvere problemi non ancora reali, ma immaginati tempestivamente.
Attraverso l'immaginazione l'uomo è riuscito a realizzare grandi imprese. La conquista della Luna, per esempio, è avvenuta grazie a una serie di simulazioni mentali. Sulla Luna non c'era mai stato nessuno prima: e non si poteva certamente usare l'apprendimento per errore. Per fare arrivare fin lassù degli astronauti e riportarli a casa sani e salvi, è stato necessario simulare mentalmente (e risolvere) i problemi prima ancora che si ponessero: problemi collegati alle leggi di gravità, alle temperature, alle comunicazioni, al carburante, agli strumenti di navigazione, ai veicoli. In altre parole, si è imparato a fare una cosa del tutto nuova, cioè andare sulla Luna senza mai esserci andati. È stato un apprendimento immaginato. Un "apprendimento innovativo", che ha consentito di operare nel modo giusto.
Anche per andare verso il futuro è ormai necessario affrontare il viaggio allo stesso modo. Sarebbe infatti catastrofico imparare dagli errori. Dobbiamo riuscire a simulare mentalmente i problemi prima ancora che si pongano. Breve e lungo termine Ma, ammesso che lo si voglia, sarebbe davvero possibile prevedere il futuro? Il problema purtroppo è che troppi elementi si intrecciano e rendono la previsione assai difficile. È come in una partita a scacchi: ogni volta che si sposta un pezzo si modifica tutta la situazione sulla scacchiera. Perché tutti i pezzi si influenzano a vicenda. E a ogni mossa la situazione cambia. È quindi difficile prevedere esattamente come si presenterà la scacchiera fra 10 o 15 mosse. Quello che però si può facilmente prevedere è che se un giocatore gioca male, comprometterà senz'altro l'esito futuro della partita. Uno degli errori tipici, per esempio, di un cattivo giocatore, è quello di mangiare subito certi pezzi che sembrano vantaggiosi, senza pensare alle conseguenze future. Giocando a breve termine, in realtà, si compromette il lungo termine, e si finisce per perdere.
Analogamente, nelle nostre società noi tendiamo a mangiare subito certi pezzi che ci danno vantaggi immediati, senza pensare alle conseguenze lontane. Le nostre scelte non sono lungimiranti, ma "brevimiranti". Stiamo così preparando la crisi di domani. Allo stesso modo in cui ieri abbiamo preparato le crisi che conosciamo oggi.
Attraverso l'immaginazione l'uomo è riuscito a realizzare grandi imprese. La conquista della Luna, per esempio, è avvenuta grazie a una serie di simulazioni mentali. Sulla Luna non c'era mai stato nessuno prima: e non si poteva certamente usare l'apprendimento per errore. Per fare arrivare fin lassù degli astronauti e riportarli a casa sani e salvi, è stato necessario simulare mentalmente (e risolvere) i problemi prima ancora che si ponessero: problemi collegati alle leggi di gravità, alle temperature, alle comunicazioni, al carburante, agli strumenti di navigazione, ai veicoli. In altre parole, si è imparato a fare una cosa del tutto nuova, cioè andare sulla Luna senza mai esserci andati. È stato un apprendimento immaginato. Un "apprendimento innovativo", che ha consentito di operare nel modo giusto.
Anche per andare verso il futuro è ormai necessario affrontare il viaggio allo stesso modo. Sarebbe infatti catastrofico imparare dagli errori. Dobbiamo riuscire a simulare mentalmente i problemi prima ancora che si pongano. Breve e lungo termine Ma, ammesso che lo si voglia, sarebbe davvero possibile prevedere il futuro? Il problema purtroppo è che troppi elementi si intrecciano e rendono la previsione assai difficile. È come in una partita a scacchi: ogni volta che si sposta un pezzo si modifica tutta la situazione sulla scacchiera. Perché tutti i pezzi si influenzano a vicenda. E a ogni mossa la situazione cambia. È quindi difficile prevedere esattamente come si presenterà la scacchiera fra 10 o 15 mosse. Quello che però si può facilmente prevedere è che se un giocatore gioca male, comprometterà senz'altro l'esito futuro della partita. Uno degli errori tipici, per esempio, di un cattivo giocatore, è quello di mangiare subito certi pezzi che sembrano vantaggiosi, senza pensare alle conseguenze future. Giocando a breve termine, in realtà, si compromette il lungo termine, e si finisce per perdere.
Analogamente, nelle nostre società noi tendiamo a mangiare subito certi pezzi che ci danno vantaggi immediati, senza pensare alle conseguenze lontane. Le nostre scelte non sono lungimiranti, ma "brevimiranti". Stiamo così preparando la crisi di domani. Allo stesso modo in cui ieri abbiamo preparato le crisi che conosciamo oggi.
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