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sabato 23 ottobre 2010

IL VENTRE DEL PITONE

Ho letto questo romanzo del mio concittadino Enzo Barnabà e l'ho trovato estremamente interessante per le problematiche legate all'immigrazione, nonchè per comprendere i meccanismi che conducono i nostri simili ad abbandonare la loro terra d'origine per inseguire il sogno europeo.

La protagonosta è Cunegonda, nome che etimologicamente vuol dire " colei che difende la stirpe".

Si tratta di un romanzo di estrema attualità in un’epoca come la nostra di grandi trasformazioni culturali e di grandi migrazioni in cui il problema dell’integrazione è più che mai sentito e discusso e che ci riporta alle origini di questi spostamenti analizzandone con sagacia le cause anche e soprattutto psicologiche, dove l’uomo, rispetto alla donna, è visto piuttosto come un “compagno di viaggio”verso la realizzazione di sé come persona e come madre.


L’innata tendenza alla salvaguardia della stirpe ( e qui la scelta del nome della protagonista non poteva essere più azzeccata) spinge Cunegonda a cercare per il bambino che porta in grembo un mondo migliore, anche se , sia all’inizio che alla fine del libro,l’autore lascia al lettore la decisione di stabilire se questo mondo migliore sia veramente il nostro.

La lettura di questo libro ci pone davanti a tante riflessioni, non solo sulla realtà africana, che è bene conoscere se vogliamo vivere con serenità questo passaggio verso un mondo sempre più multietnico, ma su quella delle donne, di ogni tempo e luogo, sull’universo femminile che l’autore ha saputo abilmente esplorare e analizzare, concentrando l’attenzione su quella che è la caratteristica precipua della femminilità, cioè l’essere madre e come tale perpetuatrice della specie e protettrice di una natura che sempre più viene defraudata, profanata e stravolta dalla competitività umana.

Cunegonda, però, non è solo la protagonista della vicenda ma anche l’io narrante e, a trent’anni, decide di raccontare la sua storia, in un lungo flash-back.
Proprio la scelta stilistica dell’io narrante contribuisce a creare  l’impressione che si tratti proprio di un racconto autobiografico e non si pensa più all’autore, il quale ha avuto la grande capacità di identificarsi talmente con l’universo femminile da farci dimenticare che egli è in realtà un uomo.

Ciò che è doveroso sottolineare ,infatti, non è soltanto la conoscenza approfondita degli usi, della lingua, delle tradizioni e delle credenze, che fa ormai di Barnabà un attento ed esperto africanista, quanto la capacità e l’abilità con cui egli riesce a calarsi nei panni di una donna e ad esplorare un universo, quello femminile,tanto più che, appartenendo Cunegonda a una civiltà diversa, esso si presenta oscuro, misterioso e spesso in apparenza difficile da interpretare.

Difficile solo in apparenza , perché in realtà l’universo femminile presenta aspetti comuni alle donne di ogni civiltà, essendo questi quelli più istintivi e intrinseci alla stessa natura che le vuole portatrici di vita e quindi più propense all'accoglimento, all’altruismo, all’empatia, alla sensibilità,alla pazienza, alla compassione, alla collaborazione.

Quel femminile che rappresenta inoltre l'energia della vita e infatti, come la madre accoglie suo figlio e lo ama per come è, così la donna accoglie la vita e vi si offre, in un'esperienza quasi di abbandono.
Ma l’illusione di una vita migliore, più libera dalle avversità naturali, non solo per sé ma e soprattutto per il futuro del figlio che porta in grembo, oltre che la morte della madre che sancisce il definitivo distacco dal mondo originario , spinge la protagonista ad affrontare ogni sorta di peripezie sempre sorretta dalla speranza, quella speranza che noi occidentali, ormai sommersi da tutti gli oggetti che potevamo desiderare e apparentemente aperti ad ogni opportunità, forse non abbiamo più, non abbiamo più la molla che ci spinge ad affrontare la vita con il coraggio di cui Cunegonda ha dato prova in questo racconto, che vuol essere anche un documentario , la testimonianza di un mondo per noi tanto più difficile da comprendere quanto più la nostra vera natura è intrappolata in una serie di consuetudini ormai consolidate da secoli, come se fosse appunto racchiusa nel ventre di un pitone.

Sorretta dalla forza di questa speranza, ella affronta una vera e propria odissea che la porta, insieme a un occasionale compagno di viaggio, ad attraversare quasi tutta l’Africa nord-occidentale, come risulta dalla cartina geografica che insieme a un indispensabile e puntuale glossario Barnabà colloca alla fine del libro.

Cunegonda, infatti, si sposta dalla Costa d’Avorio, al Mali, dalla Guinea al Senegal, dalla Mauritania al Sahara occidentale, dal Marocco alla Tunisia dove finalmente, dopo due anni di violenze, umiliazioni e ricatti di vario genere, riesce a imbarcarsi su una nave diretta in Italia, con il bambino che nel frattempo aveva dato alla luce e che aveva corroborato e non indebolito la sua volontà di trasferirsi in Europa.

Il viaggio di Cunegonda ci catapulta in un mondo bizzarro e meraviglioso, affascinante e crudele che, a dispetto della colonizzazione prima e della globalizzazione poi, è riuscito miracolosamente a sopravvivere, ad autorganizzarsi, come dice giustamente nella sua acuta e approfondita prefazione Serge Latouche, il quale dichiara testualmente che “il mercato colonizza lo stato molto più di quanto lo stato non colonizzi il mercato” per cui anche in Africa tutto viene mercificato e monetizzato.

E proprio la prefazione di Latouche aggiunge un valore in più al libro, oltre al valore documentario con cui ci presenta alcune delle meno conosciute realtà africane, che ci induce a riflettere su aspetti ben più ampi dovuti alla globalizzazione e al modo in cui questa incide nei paesi del sud del mondo spopolandoli, anziché creare opportunità per un miglioramento delle loro condizioni di vita, nell’ambito del loro territorio e delle risorse che esso presenta e che invece li induce ad adeguarsi alla maniera di vita occidentale che non è forse la più consona alla realtà naturale di quei luoghi.

Nemico del consumismo e della razionalità strumentale, Latouche è  uno dei critici più acuti della ideologia universalista dalle connotazioni utilitariste dominata dal mercato che non è altro che una creazione ideologica occidentale, di un occidente che in nome della propria identità , pretende d'imporre un imperialismo culturale al resto del mondo.

 La lettura di questo romanzo scorre fluida e leggera, anche nei momenti più crudi e nelle situazioni più scabrose, e spesso ci si imbatte in proverbi popolari africani abilmente incastonati nel testo, come si può vedere da questi brevi passi che riporto esemplificativamente:
Scoprivo così che gli anziani sono i depositari delle conoscenze e che quello che loro riescono a vedere seduti, un giovane non lo vede neanche se si arrampica su un albero. Più tardi, sentii una frase che mi affascinò perché mi parve che la sua bellezza desse ulteriore forza alla verità che conteneva: «Quando muore un vecchio è come se bruciasse un’intera biblioteca».

Tre giorni dopo consegnavo a Ben i miei certificati di nascita e di nazionalità, necessari al rilascio del passaporto. Aspettando di entrare in possesso del documento, un proverbio venne a martellarmi ripetutamente la mente: «Per quanto tu corra, non riuscirai mai a sorpassare il tuo naso». Sperai con tutte le mie forze che questa volta la saggezza africana non dicesse il vero. Di frequente volgevo infatti lo sguardo dietro le spalle e avevo l’impressione che la mia esistenza, benché gremita di mille avvenimenti, fosse stata brevissima.

Qua e là, dei cespugli spinosi catturavano i sacchetti di plastica di cui era cosparso il suolo, tramutandoli in sarcastici simulacri di frutti. La calura era soffocante e il paesaggio abbagliante, senza chiaroscuri, cangiante secondo i capricci della sabbia e del vento. Era sorprendente non trovare più quell’umido velo sospeso nell’aria, quella sostanza immateriale che, dalle nostre parti, filtra e attutisce le immagini degli uomini e delle cose, invitandoci a rallentare i ritmi della vita.

domenica 13 giugno 2010

SULLE SPALLE DI DIDEROT

Sulle spalle di Diderot, come ha detto in una recente intervista, Eugenio Scalfari si accinge a compiere il suo ultimo viaggio nella modernità, in quell'epoca che lui definisce tale e che coincide generalmente con le concezioni illuministiche e che già da almeno un secolo egli afferma sia sulla via del tramonto, per non dire anzi che è già morta sotto la spinta dei "nuovi barbari" che si aggirano tra noi e di cui quelli che sono cresciuti nella sua epoca e con quella mentalità hanno piena consapevolezza.

Ecco quanto afferma in un recente articolo sull'Espresso:

"Non era mai avvenuto finora che i contemporanei avvertissero la fine della civiltà in cui erano nati e cresciuti. La storia antica procedeva con un passo molto più lento di quanto ora non accada e le trasformazioni d'una cultura e di un assetto sociale avvenivano molto gradualmente. La decadenza e la fine della grande civiltà egiziana fu impercettibile agli egiziani dell'epoca. Altrettanto era avvenuto per la fine della civiltà cretese-minoica, anche se su quel periodo di storia lavoriamo più su congetture che su fatti documentabili. Siamo però certi che anche la fine della civiltà romana, che la periodizzazione ufficiale fissa con l'ingresso dei
Goti in Italia nel 476 a.C., avvenne nella completa inconsapevolezza sia dei Romani invasi che dei barbari invasori."

Forte di questa consapevolezza egli si avventura " Per l'alto mare aperto" ( che è il titolo del suo ultimo libro) dei pensatori illuministi, a cominciare da Diderot, appunto, che con le sue idee  e con la stesura e diffusione dell'Enciclopedia, diede avvio a quella che Scalfari, ma forse anche molti altri, definiscono "età moderna" e che, a suo avviso si è già conclusa con Nietzche, che rappresentò la sua massima espressione e nello stesso tempo le diede il colpo mortale.

E' un viaggio appassionante che , sotto forma di una specie di conte philosophique, illustra , con il suo solito stile chiaro e schietto, il pensiero dei grandi uomini che hanno inciso profondamente nelle vicende storico-culturali degli ultimi quattro secoli, dalla rivoluzione francese, al capitalismo, al marxismo.

Non mancano citazioni di letterati che Scalfari annovera fra i cosiddetti pensatori moderni, a cominciare da Leopardi, per finire a Montale e Calvino.

Ho letto questo libro tutto d'un fiato, com'è mio solito e, alla fine ho avuto la sensazione che proprio quell'epoca sia finita, sotto la spinta della tecnologia e di nuove forme di pensiero che stanno soppiantando le vecchie idee illuministiche . E non è detto,scrive Scalfari, che si tratti ancora di un progresso( almeno come lo intendevano gli illuministi appunto): l'età moderna è finita, ma quella che le si sostituisce non viene definita post moderna o contemporanea, ma "anti moderna".

Di quello che ci riserverà il futuro Scalfari non si pone il problema, ma è certo che le cose andranno in tutt'altra direzione che già da oggi è possibile intuire.

"I posteri sono già fra noi".Questa è la sua riflessione finale.