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venerdì 27 agosto 2010

LA FOLLIA CAPITALISTA

Quanto segue è tratto dal blog del prof. Vincenzo Cucinotta e lo ripropongo interamente sperando che ottenga la pià vasta diffusione.

OPPORSI ALLA FOLLIA CAPITALISTA


Mai come in questi ultimi mesi si sente il bisogno di una nuova radicalità in politica. Da una parte, la crisi economica spinge il mondo imprenditoriale verso una gara per una concorrenzialità crescente a livello globale, dall’altra cresce parallelamente l’intensità dei disastri ambientali. In quest’anno, abbiamo avuto almeno tre eventi davvero epocali, che ricordo brevemente. Il primo in ordine cronologico è costituito dal riversarsi di un’enorme quantità di greggio nel golfo del Messico, a causa di un incidente collegato a una trivellazione a grande profondità. Sono seguiti, praticamente in contemporanea, eventi meteorologici davvero senza precedenti, almeno da quando si abbiano dati di confronto. L’uno è costituito dall’anticiclone sulla Russia che ha causato temperature assolutamente inconsuete in quella regione, come pure una lunga siccità, e tutto questo risulta eccezionale soprattutto dal punto di vista della durata di queste condizioni. L’altro evento è costituito dalla quantità enorme di precipitazioni monsoniche in una vasta area che va dall’India alla Cina, passando per il Pakistan. In particolare, in questo paese, le precipitazioni hanno causato delle alluvioni che hanno coinvolto un’area vastissima del paese.

E’ evidente che qualcuno può declassare questi eventi fino a farli diventare degli episodi marginali, dovuti a condizioni contingenti. In verità, non può esistere alcuna possibilità obiettiva di collegarli alla politica, di fare cioè discendere questi disastri all’attività umana, così come socialmente organizzata. Nello stesso tempo, per le persone di buon senso è difficile credere a coincidenze particolari, dovute solo alla fatalità.

Insomma, qui si pone un problema enorme, che si può così riassumere. Il capitalismo globale impone una rincorsa verso una crescita sempre maggiore del PIL. La crisi crea una crescita della competizione, perché una domanda debole rende più difficile il piazzare la merce prodotta. La competizione a sua volta impone un aumento della produttività, per potere ridurre i costi. La conseguenza finale di questa logica è che si produce troppa merce, e la si produce con troppa poca gente. Andiamo quindi a una situazione di crescente sfruttamento delle risorse naturali, e nel contempo ciò avviene in presenza di sempre meno occupati. Il fatto è che anche aree del mondo in cui si era creata una legislazione del lavoro orientata al lavoratore, come tipicamente l’Europa, nella presente situazione si trovano di colpo a dovere sottostare a condizioni di lavoro sempre più gravose, con salari decrescenti, almeno in valore reale. Tutto ciò, come dicevo, avviene in un contesto che dovrebbe sconsigliare uno sfruttamento così esteso e sistematico delle risorse naturali per motivi di una gravità assoluta: la stessa possibilità di sopravvivenza dell’umanità.

Se sulla base di buoni motivi, i tre disastri ambientali che citavo, si ritiene che il paventato danno ecologico globale dovuto all’attività antropica abbia già raggiunto, proprio ai nostri giorni, il livello di guardia, e che cioè un perseverare in questa distruzione sistematica dell’ambiente all’unico scopo, in fondo sciocco, di circondarci di sempre più oggetti, allora opporsi al meccanismo perverso della competitività sempre più feroce e in realtà inutile non è soltanto ragionevole, ma addirittura un dovere morale, una capacità di opporsi alla follia collettiva per evitare la catastrofe all’umanità a cui apparteniamo.

Come si capisce, non sembra essere l’ora delle risposte articolate, della moderazione, ma è piuttosto il momento di schierarsi, di gridare ai propri simili che stiamo accelerando il treno che ci porterà verso un burrone da cui sarà impossibile salvarsi.

Ciò che allora dovremmo proporre è una società in cui ci sia lavoro per tutti, che le condizioni di lavoro siano umane, che l’orario di lavoro sia abbastanza ridotto da contenere la produzione totale di merci. E’ inutile nascondersi dietro un dito, ciò comporterà inevitabilmente un ridimensionamento dei consumi, una disponibilità ridotta di oggetti, ma siamo poi certi che questo costituisca un sacrificio, un peggioramento delle condizioni di vita, e non invece una vita più aderente a come siamo programmati naturalmente?

domenica 20 giugno 2010

E' COMINCIATA A POMIGLIANO L'ERA DOPO CRISTO.

Così Marchionne ha definito quest'epoca, ciè quella della globalizzazione della finanza, delle merci e del lavoro.

La delinea chiaramente Eugenio Scalfari nel consueto editoriale domenicale su La Repubblica.

"E' un'epoca che ha accentuato e radicalizzato la legge dei vasi comunicanti":
 Le grandezze economiche, come ovviamente i liquidi, tendono a raggiungere lo stesso livello, e questo vale per i rendimenti del capitale, la produttività del lavoro e , ovviamente, i salari:
I salari dei paesi emergenti sono ancora molto bassi e dovranno aumentare, ma lo faranno molto lentamente.
Quelli dei paesi opulenti, invece, sono molto alti, ma tenderanno a diminuire e lo faranno molto più rapidamente per consentire alle imprese manifatturiere di vendere le loro merci sui mercati mondiali a prezzi competitivi.

In questo schema si inserisce la vicenda di Pomigliano: il trasferimento della produzione della Panda da una fabbrica dove i salari e le condizioni di lavoro sono più favorevoli al capitale investito (la Polonia) ad un'altra dove invece sono più sfavorevoli potrà farsi soltanto se le condizioni tenderanno a livellarsi, oppure non si farà.
E' questa la triste realtà della globalizzazione, non si tratta quindi di un ricatto ma di dati di fatto,continua Scalfari, e con i dati di fatto è inutile polemizzare.

Condivido queste posizioni perchè non vedo alternative.
Si dice da più parti: la colpa è del capitalismo ma, sistemi alternativi sono stati  sperimentati con esiti nefasti già nel Novecento e questa è la realtà con la quale oggi dobbiamo fare i conti. Siamo in un periodo di parssaggio: fino a che tutte le economie mondiali, come dice Scalfari, si saranno livellate, ci saranno molti squilibri.

"Chi pensa di fermare l'alta marea costruendo un muro che blocchi l'oceano non ha capito niente di quanto sta avvenendo nel mondo. Nello stesso modo non ha capito niente chi ritiene di bloccare la massa di migranti che abbandona i luoghi della povertà e preme per fare ingresso nei luoghi dell'opulenza. Quel tipo di muri può reggere qualche mese o qualche anno ma poi si sbriciolerà e il livellamento procederà".

Tuttavia Scalfari avanza qualche proposta per rendere meno traumatico questo processo di livellamento mondiale: Preso atto che questa è la tendenza, cominciamo ad attuare questo livellamento all'interno dei singoli paesi opulenti, procedendo ad una redistribuzione del reddito da chi più ha a chi meno ha.

Lo spostamento può avvenire in vari modi, manovrando soprattutto il fisco, (ma non solo), sgravando il peso fiscale sui redditi di lavoro dipendente e finanziando la redistribuzione con maggior carico tributario sulle rendite, sui patrimoni e sui consumi opulenti.

Un piano di questo genere non può essere considerato un progetto dettato dall'emergenza, perchè non di emergenza si tratta, bensì di un movimento , appunto, epocale.

Il presidente degli stati uniti Barak Obama ha ben capito la direzione verso cui si muove la nostra epoca ed ha lanciato un messaggio ai capi di stato europei affinchè abbandonino la politica di deflazione voluta dalla Germania, affiancando alla manovra di stabilizzazione una politica che sostenga i redditi .
Un secondo appello l'ha lanciato alla Cina, che ha risposto positivamente, affinchè proceda ad una rivalutazione della propria moneta per accrescere le importazioni.

Scalfari conclude dicendo che, su questi argomenti, mentre l'Europa sta assumendo delle posizioni "insensate", il governo italiano tace, preferendo dedicarsi all'articolo 41 della costituzione, con l'intenzione di abolire ogni regola non solo per quanto riguarda la libertà d'impresa, ma anche nel settore delle costruzioni e dell'urbanistica, in modo così di aggiungere scempio a scempio nel paese dell'abusivismo di massa.

Eguale critica Scalfari muove contro la proposta di Tremonti all'Unione Europea di valutare l'entità del debito pubblico sommandolo a quello privato.