Quanto segue è tratto dal blog del prof. Vincenzo Cucinotta e lo ripropongo interamente sperando che ottenga la pià vasta diffusione.
OPPORSI ALLA FOLLIA CAPITALISTA
Mai come in questi ultimi mesi si sente il bisogno di una nuova radicalità in politica. Da una parte, la crisi economica spinge il mondo imprenditoriale verso una gara per una concorrenzialità crescente a livello globale, dall’altra cresce parallelamente l’intensità dei disastri ambientali. In quest’anno, abbiamo avuto almeno tre eventi davvero epocali, che ricordo brevemente. Il primo in ordine cronologico è costituito dal riversarsi di un’enorme quantità di greggio nel golfo del Messico, a causa di un incidente collegato a una trivellazione a grande profondità. Sono seguiti, praticamente in contemporanea, eventi meteorologici davvero senza precedenti, almeno da quando si abbiano dati di confronto. L’uno è costituito dall’anticiclone sulla Russia che ha causato temperature assolutamente inconsuete in quella regione, come pure una lunga siccità, e tutto questo risulta eccezionale soprattutto dal punto di vista della durata di queste condizioni. L’altro evento è costituito dalla quantità enorme di precipitazioni monsoniche in una vasta area che va dall’India alla Cina, passando per il Pakistan. In particolare, in questo paese, le precipitazioni hanno causato delle alluvioni che hanno coinvolto un’area vastissima del paese.
E’ evidente che qualcuno può declassare questi eventi fino a farli diventare degli episodi marginali, dovuti a condizioni contingenti. In verità, non può esistere alcuna possibilità obiettiva di collegarli alla politica, di fare cioè discendere questi disastri all’attività umana, così come socialmente organizzata. Nello stesso tempo, per le persone di buon senso è difficile credere a coincidenze particolari, dovute solo alla fatalità.
Insomma, qui si pone un problema enorme, che si può così riassumere. Il capitalismo globale impone una rincorsa verso una crescita sempre maggiore del PIL. La crisi crea una crescita della competizione, perché una domanda debole rende più difficile il piazzare la merce prodotta. La competizione a sua volta impone un aumento della produttività, per potere ridurre i costi. La conseguenza finale di questa logica è che si produce troppa merce, e la si produce con troppa poca gente. Andiamo quindi a una situazione di crescente sfruttamento delle risorse naturali, e nel contempo ciò avviene in presenza di sempre meno occupati. Il fatto è che anche aree del mondo in cui si era creata una legislazione del lavoro orientata al lavoratore, come tipicamente l’Europa, nella presente situazione si trovano di colpo a dovere sottostare a condizioni di lavoro sempre più gravose, con salari decrescenti, almeno in valore reale. Tutto ciò, come dicevo, avviene in un contesto che dovrebbe sconsigliare uno sfruttamento così esteso e sistematico delle risorse naturali per motivi di una gravità assoluta: la stessa possibilità di sopravvivenza dell’umanità.
Se sulla base di buoni motivi, i tre disastri ambientali che citavo, si ritiene che il paventato danno ecologico globale dovuto all’attività antropica abbia già raggiunto, proprio ai nostri giorni, il livello di guardia, e che cioè un perseverare in questa distruzione sistematica dell’ambiente all’unico scopo, in fondo sciocco, di circondarci di sempre più oggetti, allora opporsi al meccanismo perverso della competitività sempre più feroce e in realtà inutile non è soltanto ragionevole, ma addirittura un dovere morale, una capacità di opporsi alla follia collettiva per evitare la catastrofe all’umanità a cui apparteniamo.
Come si capisce, non sembra essere l’ora delle risposte articolate, della moderazione, ma è piuttosto il momento di schierarsi, di gridare ai propri simili che stiamo accelerando il treno che ci porterà verso un burrone da cui sarà impossibile salvarsi.
Ciò che allora dovremmo proporre è una società in cui ci sia lavoro per tutti, che le condizioni di lavoro siano umane, che l’orario di lavoro sia abbastanza ridotto da contenere la produzione totale di merci. E’ inutile nascondersi dietro un dito, ciò comporterà inevitabilmente un ridimensionamento dei consumi, una disponibilità ridotta di oggetti, ma siamo poi certi che questo costituisca un sacrificio, un peggioramento delle condizioni di vita, e non invece una vita più aderente a come siamo programmati naturalmente?
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venerdì 27 agosto 2010
giovedì 1 luglio 2010
SI CAMBIA!
Da lunedì ho cambiato vita: intanto mi sono trasferita nella casa di campagna, come ogni anno, ma c'è una novita': lavoro.
Tutte le mattine mi reco nella piattaforma ecologica della nostra azienda con il compito di cercare nuovi clienti che abbiano da conferire i rifiuti provenienti dalle loro lavorazioni.
La cosa mi diverte e mi interessa , perchè passo circa tre ore al giorno al telefono a parlare con i clienti, stilare e inviare preventivi e prendere appunti.
Era un'attivita' che mi mancava, visto che, nella mia vita, sono sempre uscita la mattina, prima per la scuola, poi per il lavoro d'insegnante.
Da quando sono andata in pensione, circa due anni fa, ho cercato di non fossilizzarmi nella vita da casalinga, che oltretutto non mi ha mai attratto, e ho cercato altri interessi e altri sfoghi, ma niente mi ha mai soddisfatto come il lavoro.
Si, è bello sentirsi liberi di alzarsi la mattina quando ti pare, uscire senza fretta, fare tutte le cose con calma, pensare solo ad attivita' ricreative. Ma il lavoro è lavoro, ed io forse sono andata via troppo presto dalla scuola, anche se mi premeva cedere il posto a chi non è stato fortunato come me ad averlo trovato subito.
Tutte le mattine mi reco nella piattaforma ecologica della nostra azienda con il compito di cercare nuovi clienti che abbiano da conferire i rifiuti provenienti dalle loro lavorazioni.
La cosa mi diverte e mi interessa , perchè passo circa tre ore al giorno al telefono a parlare con i clienti, stilare e inviare preventivi e prendere appunti.
Era un'attivita' che mi mancava, visto che, nella mia vita, sono sempre uscita la mattina, prima per la scuola, poi per il lavoro d'insegnante.
Da quando sono andata in pensione, circa due anni fa, ho cercato di non fossilizzarmi nella vita da casalinga, che oltretutto non mi ha mai attratto, e ho cercato altri interessi e altri sfoghi, ma niente mi ha mai soddisfatto come il lavoro.
Si, è bello sentirsi liberi di alzarsi la mattina quando ti pare, uscire senza fretta, fare tutte le cose con calma, pensare solo ad attivita' ricreative. Ma il lavoro è lavoro, ed io forse sono andata via troppo presto dalla scuola, anche se mi premeva cedere il posto a chi non è stato fortunato come me ad averlo trovato subito.
venerdì 15 gennaio 2010
RIPUBBLICO

Non ho potuto fare a meno di ripubblicare questa bellissima poesia apparsa ieri su Repubblica:
Di nuovo, considerate di nuovo
Se questo è un uomo,
Come un rospo a gennaio,
Che si avvia quando è buio e nebbia
E torna quando è nebbia e buio,
Che stramazza a un ciglio di strada,
Odora di kiwi e arance di Natale,
Conosce tre lingue e non ne parla nessuna,
Che contende ai topi la sua cena,
Che ha due ciabatte di scorta,
Una domanda d' asilo,
Una laurea in ingegneria, una fotografia,
E le nasconde sotto i cartoni,
E dorme sui cartoni della Rognetta,
Sotto un tetto d' amianto,
O senza tetto,
Fa il fuoco con la monnezza,
Che se ne sta al posto suo,
In nessun posto,
E se ne sbuca, dopo il tiro a segno,
"Ha sbagliato!",
Certo che ha sbagliato,
L' Uomo Nero
Della miseria nera,
Del lavoro nero, e da Milano,
Per l' elemosina di un' attenuante
Scrivono grande: NEGRO,
Scartato da un caporale,
Sputato da un povero cristo locale,
Picchiato dai suoi padroni,
Braccato dai loro cani,
Che invidia i vostri cani,
Che invidia la galera
(Un buon posto per impiccarsi)
Che piscia coi cani,
Che azzanna i cani senza padrone,
Che vive tra un No e un No,
Tra un Comune commissariato per mafia
E un Centro di Ultima Accoglienza,
E quando muore, una colletta
Dei suoi fratelli a un euro all' ora
Lo rimanda oltre il mare, oltre il deserto
Alla sua terra -"A quel paese!"
Meditate che questo è stato,
Che questo è ora,
Che Stato è questo,
Rileggete i vostri saggetti sul Problema
Voi che adottate a distanza
Di sicurezza, in Congo, in Guatemala,
E scrivete al calduccio, né di qua né di là,
Né bontà, roba da Caritas, né Brutalità, roba da affari interni,
Tiepidi, come una berretta da notte,
E distogliete gli occhi da questa
Che non è una donna
Da questo che non è un uomo
Che non ha una donna
E i figli, se ha figli, sono distanti,
E pregate di nuovo che i vostri nati
Non torcano il viso da voi.
ADRIANO SOFRI
giovedì 14 gennaio 2010
ANCORA UNA VOLTA, LA STORIA SI RIPETE.
Di nuovo, considerate di nuovo
Se questo è un uomo,
Come un rospo a gennaio,
Che si avvia quando è buio e nebbia
E torna quando è nebbia e buio,
Che stramazza a un ciglio di strada,
Odora di kiwi e arance di Natale,
Conosce tre lingue e non ne parla nessuna,
Che contende ai topi la sua cena,
Che ha due ciabatte di scorta,
Una domanda d' asilo,
Una laurea in ingegneria, una fotografia,
E le nasconde sotto i cartoni,
E dorme sui cartoni della Rognetta,
Sotto un tetto d' amianto,
O senza tetto,
Fa il fuoco con la monnezza,
Che se ne sta al posto suo,
In nessun posto,
E se ne sbuca, dopo il tiro a segno,
"Ha sbagliato!",
Certo che ha sbagliato,
L' Uomo Nero
Della miseria nera
Del lavoro nero, e da Milano,
Per l' elemosina di un' attenuante
Scrivono grande: NEGRO,
Scartato da un caporale,
Sputato da un povero cristo locale,
Picchiato dai suoi padroni,
Braccato dai loro cani,
Che invidia i vostri cani,
Che invidia la galera
(Un buon posto per impiccarsi)
Che piscia coi cani,
Che azzanna i cani senza padrone,
Che vive tra un No e un No,
Tra un Comune commissariato per mafia
E un Centro di Ultima Accoglienza,
E quando muore, una colletta
Dei suoi fratelli a un euro all' ora
Lo rimanda oltre il mare, oltre il deserto
Alla sua terra -"A quel paese!"
Meditate che questo è stato,
Che questo è ora,
Che Stato è questo,
Rileggete i vostri saggetti sul Problema
Voi che adottate a distanza
Di sicurezza, in Congo, in Guatemala,
E scrivete al calduccio, né di qua né di là,
Né bontà, roba da Caritas, né Brutalità, roba da affari interni,
Tiepidi, come una berretta da notte,
E distogliete gli occhi da questa
Che non è una donna
Da questo che non è un uomo
Che non ha una donna
E i figli, se ha figli, sono distanti,
E pregate di nuovo che i vostri nati
Non torcano il viso da voi.
ADRIANO SOFRI
domenica 29 novembre 2009
NON DI SOLO LAVORO
Mio figlio ingegnere, laureato col massimo dei voti,specializzato in energie alternative, buona conoscenza della lingua inglese per aver lavorato quasi due anni all'estero, non trova lavoro!
Di fronte alla crisi del lavoro che stiamo attraversando anche a causa della crisi finanziaria internazionale, mi viene da puntualizzare meglio le riflessioni che da tempo mi vado ponendo:
Con l'avanzare della tecnologia, che procede in maniera secondo me irreversibile, la naturale conseguenza è secondo me, proprio la diminuzione del lavoro umano.
La disoccupazione, quindi, non può che aumentare,indipendentemente dalla crisi, che anzi spesso diventa una giustificazione per sfoltire i posti di lavoro.
E' inutile invocare ancora Marx, perchè stiamo assistendo ad una progressiva disumanizzazione dei processi produttivi,mentre le leggi del mercato ormai la fanno da padrone e siamo sempre più sommersi da merci che il più delle volte non ci servono, ma che acquistiamo per soddisfare a dei desideri indotti dalla pubblicità.
Al tempo di Marx ci si poteva opporre ai datori di lavoro, mentre oggi l'unica controparte è il mercato.
E allora, come uscire da questa situazione?
Hanno già cominciato gli svedesi che incominciano a pensare al lavoro non solo come PRODUZIONE, ma anche e soprattutto come SERVIZIO, di cui la nostra società sente gran bisogno,a giuidicare dal numero di persone che si dedicano alle attività di volontariato.
Se si cambiasse la concezione del lavoro pensandolo non solo legato alla produzione, ma ai servizi per le persone e alle relazioni tra persone, ci sarebbe forse anche una maggiore FELICITA' sociale che certamente non è data dall'ultima generazione di automobili, di telefonini o di computer.
In un mondo di persone più felici, perciò, non può esserci posto per il consumismo, perchè la gente felice non consuma.
Vi rivolgo una sola preghiera: se condividete questo messaggio, diffondetelo!
Di fronte alla crisi del lavoro che stiamo attraversando anche a causa della crisi finanziaria internazionale, mi viene da puntualizzare meglio le riflessioni che da tempo mi vado ponendo:
Con l'avanzare della tecnologia, che procede in maniera secondo me irreversibile, la naturale conseguenza è secondo me, proprio la diminuzione del lavoro umano.
La disoccupazione, quindi, non può che aumentare,indipendentemente dalla crisi, che anzi spesso diventa una giustificazione per sfoltire i posti di lavoro.
E' inutile invocare ancora Marx, perchè stiamo assistendo ad una progressiva disumanizzazione dei processi produttivi,mentre le leggi del mercato ormai la fanno da padrone e siamo sempre più sommersi da merci che il più delle volte non ci servono, ma che acquistiamo per soddisfare a dei desideri indotti dalla pubblicità.
Al tempo di Marx ci si poteva opporre ai datori di lavoro, mentre oggi l'unica controparte è il mercato.
E allora, come uscire da questa situazione?
Hanno già cominciato gli svedesi che incominciano a pensare al lavoro non solo come PRODUZIONE, ma anche e soprattutto come SERVIZIO, di cui la nostra società sente gran bisogno,a giuidicare dal numero di persone che si dedicano alle attività di volontariato.
Se si cambiasse la concezione del lavoro pensandolo non solo legato alla produzione, ma ai servizi per le persone e alle relazioni tra persone, ci sarebbe forse anche una maggiore FELICITA' sociale che certamente non è data dall'ultima generazione di automobili, di telefonini o di computer.
In un mondo di persone più felici, perciò, non può esserci posto per il consumismo, perchè la gente felice non consuma.
Vi rivolgo una sola preghiera: se condividete questo messaggio, diffondetelo!
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