sabato 19 giugno 2021

LA PESTE E IL CORONAVIRUS

Propongo un testo che ho scritto l'anno scorso. 

Prendendo spunto dall'invito di Corrado Augias di andarsi a rileggere il capitolo sulla peste dei Promessi Sposi, l'ho fatto, e vi ho trovato molte somiglianze con la situazione attuale, ma anche molte differenze dovute all'evoluzione dei tempi e al progresso della scienza. 

Ma devo constatare che l'atteggiamento mentale della maggior parte di noi di fronte a un nemico sconosciuto che irrompe improvvisamente a sconvolgere le nostre vite, non è mutato. 

Manzoni descrive bene la diffidenza iniziale nonché l'incredulità che ci fa inizialmente sottovalutare il problema dicendo che si tratta di una semplice influenza e che i media esagerano, volendo in realtà nascondere chissà quale piano segreto, quale complotto internazionale ai nostri danni.

Non appena, nel capitolo citato, si diffonde la certezza che trattasi di un'epidemia, subito si va alla ricerca della "causa" che ha scatenato il contagio, che viene individuata nei Lanzichenecchi che, guarda caso, venivano dalla Germania. Ognuno va a caccia dell'untore e si diffonde la diffidenza tra le persone. 

Il medico Ludovico Settala, che per i lunghi anni della sua vita era stato grandemente stimato per la sua attività e i suoi meriti, viene addirittura aggredito per aver detto la "verità" e cioè che, per evitare il contagio, bisogna stare isolati. 

Il governatore ritarda a promulgare la "grida", essendo in tutt'altre faccende affacendato e prendendo sottogamba la situazione. L'unico che si adopera per cercare di limitare il contagio è, come al solito, il cardinale Federico che raccomanda ai parroci di diffondere le norme per prevenire il contagio. 

L'angoscia serpeggia tra la popolazione e intanto la peste invade, guarda un po', Milano. 

La differenza tra angoscia e paura l'ha ben descritta qualche giorno fa, tra gli altri, Massimo Recalcati, ma anche Umberto Galimberti. 

Per limitare l'aggressività che l'angoscia produceva nella gente, il medico Settala si vide costretto a denunciare come "strega", e quindi untrice, una povera servetta la quale fu messa al rogo e così il capro espiatorio fu bell'e trovato. 

Ma l'epidemia durò ancora a lungo e si dovettero inventare altre "prove" visibili che trasformassero l'angoscia in paura (più controllabile), e così si unse un muro di un unguento giallo che venne prontamente bruciato per dare un po' di sollievo alla paura delle persone. 

Vi risparmio la descrizione del lazzaretto che mi viene da paragonare, anche se impropriamente, ai nostri ospedali e i cappuccini che vi operavano, con grande pazienza e spirito di abnegazione, ai nostri eroici medici e infermieri. 

L'insegnamento che possiamo trarre da questa rilettura è che la situazione si protrarrà ancora a lungo, anche se le nostre condizioni di isolamento sociale sono di gran lunga migliori di quelle del 1630: abbiamo internet, i telefoni, che ci permettono di comunicare con i nostri simili. Dobbiamo cercare di non alimentare sentimenti di sospetto e ostilità verso chi è costretto a uscire per motivi di necessità e di rispettare le norme per fare in modo che questa situazione duri il meno possibile, sperando che "dopo" saremo tutti migliori. 


venerdì 18 giugno 2021

Siamo di nuovo zona rossa

 Non bastavano i cambiamenti climatici che a me (non so agli altri) provocano continui sbalzi di umore e ansie dovute alle previsioni del  tempo che ti perseguitano in ogni dove creando delle attese che il più delle volte si rivelano inesatte.

Adesso ci si mette anche la zona rossa nel nostro comune che è quasi sempre stato covid free.

Ho già problemi di comunicazione per via del fatto che, più si va avanti con l'età e più si resta soli: gli affetti ci lasciano (genitori, amici). I figli hanno le loro famiglie e il loro lavoro. Sì, ci sentiamo, ma non è come una volta quando questa casa così grande era sempre piena di gente che andava e veniva che qualche volta la desideravo veramente la solitudine.

Ma io mi voglio lamentare : c'è gente che ha più problemi di me che in fondo vivo una vita abbastanza tranquilla.

Adesso mi rendo conto che tutte le cose che abbiamo accumulato nel corso degli anni non servono più e nello stesso tempo non hai voglia di disfartene perché rappresentano tutto il percorso della tua vita.

Ti fanno compagnia tutte queste cose inanimate e inutili

La riflessione che mi viene da fare, in questo periodo difficile per tutti è che il distanziamento sociale ha comportato anche un distanziamento emotivo perché, se è vero che non dobbiamo avere contatti fisici, questo non dovrebbe impedirci di restare vicini emotivamente con gli altri mezzi che la tecnologia ci mette oggi a disposizione ma so bene che non è la stessa cosa.

Buona giornata a tutti. 

lunedì 24 maggio 2021

IL PRIMO BALLO

La sposa si faceva  attendere, mentre tutti gli invitati cercavano di sistemarsi ai tavoli apparecchiati del ristorante.

Miriam prese posto, insieme ai suoi genitori e suo fratello, in un tavolo per quattro, non molto distante da quello centrale, già predisposto per gli sposi.

Era il matrimonio di una vicina di casa che, quando Miriam era ancora una bambina, amava giocare con lei, portandola a casa loro e prendendosene cura amorevolmente.

Apparteneva ad una famiglia modesta, che viveva coltivando un piccolo appezzamento di terreno, infatti, al piano terra della casa, c’era una piccola stalla, con la mangiatoia, la paglia e tutto ciò che serviva per ospitare il mulo, strumento indispensabile ,allora, per il lavoro nei campi, oltre agli attrezzi da lavoro: le zappe, i rastrelli e così via.

Appena entrati si percepiva  l’odore caratteristico delle case dei contadini, un odore acre, che sapeva di terra bagnata, di fieno, di cucina affumicata.

 Oltrepassato il minuscolo pianerottolo, c’era una lunga e ripida scala in graniglia di cemento, con gli scalini dai bordi arrotondati, lungo i quali Miriam amava lasciarsi scivolare, iniziando la discesa dalla parte più alta della scala e ripetendo il percorso più e più volte. Questo gioco a casa sua era precluso perché gli scalini di marmo, oltre ad essere freddi a starci seduti, avevano gli spigoli vivi e risultavano quindi un po’ taglienti.

Miriam si trovava bene con Concettina, che era la sorella maggiore delle due uniche femmine, in una famiglia di cinque figli e, quando fu invitata al suo matrimonio, ci andò ben volentieri, consapevole del fatto che sarebbe stato un matrimonio alla buona, senza troppe pretese. 

A mano a mano presero posto anche gli altri invitati. Si trattava di gente modesta, vestita alla buona, e Miriam si sentiva quasi a disagio in quel suo vestito di lino celeste, a tubino, con la giacchetta in tinta e la borsetta in vernice nera come le scarpe, aperte, col primo tacchetto  che le consentivano i suoi tredici anni.

Non era andata dal parrucchiere perchè, pochi giorni prima, aveva dovuto agghindarsi per un altro matrimonio di ben altro livello. Lì, quasi, l’avevano messa in disparte, tutti presi a guardare e corteggiare le belle ragazze di buona famiglia che mettevano in bella mostra la loro eleganza , la loro avvenenza nonché la loro abbronzatura ( era il periodo dei tre mesi di vacanza al mare, per chi poteva permetterselo) . Miriam ci era rimasta un po’ male. Si sentiva brutta: era troppo alta, per la sua età, il collo troppo lungo, le spalle un po’ piccole, le gambe robuste e la pelle chiara dimostrava senza ombra di dubbio che , nell’estate che già volgeva alla fine,in quei giorni di inizio settembre, la sua vacanza l’aveva trascorsa a casa. 

Portava i capelli corti, alla Rita Pavone, la cantante che in quegli anni faceva letteralmente impazzire tutte le ragazzine, lei compresa, e al collo indossava, per l'occasione, il girocollo d'oro con una grande medaglia della madonna del rosario che le aveva regalato la sua madrina per la cresima. Sembrava decisamente più grande della sua età ,che lei teneva a rimarcare, perché in fondo, dentro, si sentiva ancora una bambina.

Ora , a quel matrimonio, avrebbe voluto rifarsi della brutta figura che credeva di aver fatto in quello precedente 

La sala era lunga e piuttosto stretta, interrotta da pilastri che ne sostenevano il soffitto. I tavolini erano messi di sbieco, in modo da consentire ai camerieri lo spazio necessario per servire agevolmente il pranzo.

 Le pareti, tinteggiate di bianco, volevano dare più luminosità e ampiezza al locale, le cui ampie vetrate, disposte per tutta la lunghezza e sguarnite di tende, si aprivano ad una splendida veduta sul lago.

Quando, giunti gli sposi, i camerieri iniziarono a distribuire le portate, Miriam, da ragazza di buona famiglia, educata alle buone maniere, dispose il tovagliolo sulle gambe, assunse una postura eretta , niente gomiti sul tavolo e, aiutandosi con coltello e forchetta, cercava di darsi da fare per apparire un’esperta di galateo a tavola e non destare quindi alcun dubbio sul fatto che ella a casa propria si comportasse proprio così.

I problemi si presentarono allorquando, nel servire il secondo, i camerieri le posero nel piatto delle anatre arrosto. No, quelle non avrebbe proprio potute mangiarle con coltello e forchetta: avrebbe dovuto sporcarsi le mani per rosicchiare quelle alucce e, se avesse usato le posate, le sarebbero sicuramente saltate via dal piatto. Così ordinò una bistecca.

Tra una portata e l’altra, i rumori provenienti dalla sala discretamente affollata non davano agio ai quattro commensali di interagire fra loro e poi Miriam era tutta presa a guardarsi intorno nel caso scorgesse qualcuno che già conosceva, oltre alla sposa. Suo padre, d’altro canto, era tutto impegnato a godersi serenamente un pasto per cui non aveva dovuto lavorare, per guadagnarselo, e una festa, una delle poche, per cui non aveva dovuto darsi da fare per organizzarla, dato che era il maggiore di sei figli e, non avendo il padre, aveva dovuto provvedere al matrimonio delle sorelle.

Anche sua madre appariva molto rilassata, mentre suo fratello era, come sempre, assorto nei suoi pensieri. Così Miriam cominciò a sentirsi un po’ frustrata nella sua vana ricerca di persone conosciute, ma rassegnata nel dover assicurare una presenza che era più che altro un dovere, quando ad un tratto, con la coda dell’occhio, quasi distrattamente, si accorse di due strani occhi che trapelavano da due occhialoni da miope con la montatura spessa e nera.

Era seduto al tavolo accanto al suo, ma non lo aveva ancora notato.

Aveva l’apparente età di quattordici anni, quasi buffo nel suo vestito principe di Galles, con la camicia bianca e la cravatta stretta e scura come i capelli tagliati corti come fosse appena uscito dal barbiere.

 Dall’aspetto appariva signorile e qualcosa le disse che, da quando erano seduti lì, non le aveva mai tolto gli occhi di dosso.

 Lei non capiva perché la stava osservando così intensamente. “Forse ho commesso qualche errore nel modo di mangiare?” pensò e nello stesso tempo fu contenta che un quasi coetaneo la ritenesse degna di una qualche attenzione.  Forse avrebbe voluto parlare di dischi e di canzoni, che erano i suoi argomenti preferiti quando stava con le compagne, oppure di scuola!

Cercava di non farci molto caso quando si accorse che lui aveva cambiato posto per poterla osservare meglio e si era messo quasi di fronte a lei.

Miriam cercava di non corrispondere a quello sguardo ma, tutt’a un tratto, quell’ambiente così deprimente, fino ad un attimo prima, le sembrò animarsi di una nuova vitalità e all’improvviso le parve che tutta l’aria profumasse d'amore. 

E le scappò un sorriso.

Più tardi, finito il pranzo, i tavoli in fondo furono scostati e cominciarono i balli. 

I balli?  Ma non usava più ballare ai matrimoni! Pensò Miriam. Quella gente era proprio all’antica! Ma intanto il padre, che cominciava a divertirsi, decise di non salutare per andar via, come la ragazza pensava avesse fatto, e di rimanere un po’ a godersi lo spettacolo.

Gli sposi aprirono le danze e,a seguire, i giovanotti si affrettarono ad invitare le ragazze ( a quei tempi era l’unico modo consentito per tentare qualche approccio). Miriam, scambiata per una sedicenne, fu anch’essa invitata a ballare ed ella, un po’ impacciata, perché non si pensasse che fosse scortese, accettò.

La madre la guardava con attenzione e una punta di gelosia. “ La mia bambina!”, pensava, e non riusciva a rassegnarsi di doverla vedere diventar grande.

L’impaccio finì subito quando si avvicinò il ragazzo notato prima: aveva quasi la sua età, pensava Miriam, e si poteva parlare di canzoni o anche di scuola.

“ Come ti chiami?” – iniziò subito.

“ Sebastian” - rispose.

“Quanti anni hai?”

“Diciassette”

“Che scuola frequenti?”

“Il liceo”

E fu subito amicizia.

La madre si tranquillizzò e il padre continuava ad essere rilassato dal fatto che la propria figlia avesse trovato un coetaneo per divertirsi un po’.

Così quel ballo durò due ore.

Accaparratisi la postazione più vicina al juke box, si divertivano a cambiar canzoni e subito ricominciare a ballare. Il ballo della mattonella era quello che andava più in voga in quell’estate del 1964 e così, tra John Foster, Petula Clark, Rita Pavone, Celentano e Peppino di Capri, trascorsero in fretta due orette, chiacchierando del più e del meno, lui con le mani intorno alla vita di lei e lei con le mani sulle spalle di lui.

Ma quando Sebastian inserì il disco di John Foster “Se questo ballo non finisse mai”, lei gli rispose subito con un’altra canzone : “Non ho l’età, non ho l’età per amarti, non ho l’età…”, infatti gli confessò di avere solo tredici anni.

Il gioco diventava sempre più intrigante e, quando la madre di Miriam decise che era giunta l’ora di andar via, si salutarono con un po’ di magone . Chissà quando si sarebbero rivisti!


Sebastian rimase ancora un po’ nella sala e, pervaso da un senso di smarrimento , non capiva cosa gli stesse succedendo. 

 Più tardi si recò coi genitori a casa della sposa per gli auguri di rito. Sperava di incontrarla ancora lì ma Miriam era già andata a casa sua. Chissà cosa sarebbe successo se avesse saputo che la sua casa era a due passi da quella dei vicini!

 Dopo aver salutato gli sposi, mentre coi suoi si avviava in macchina verso la sua cittadina, fu assalito da una profonda tristezza , come se un senso di vuoto  gli piombasse addosso, aveva la sensazione di aver sfiorato e perduto qualcosa di importante, e una lacrima gli scivolò sulla guancia.

Dietro i vetri gli alberi si rincorrevano sempre più veloci.

Qualche mese dopo, iniziata la scuola, Sebastian la cercò in tutti gli istituti superiori della città e, alla fine, seppe che si trovava in collegio, così le inviò una lettera:

“….. i tuoi occhi sinceri, la tua voce così dolce, mi hanno fatto innamorare follemente di te”.

Ma lei gli scrisse subito: “Ho solo tredici anni”

Sebastian, deciso ad aspettarla, comprò tutti i dischi che avevano ballato a quel matrimonio e, sulla copertina di ognuno, incise le iniziali “M.S.”.

Più volte si recava nella chiesa del collegio ad ascoltar la messa sperando di vederla, ma Miriam, da ligia collegiale, non si girava mai.

Quando le suore, la mattina, facevano il giro col pulmino per accompagnare le collegiali nei vari istituti, Sebastian le attendeva davanti al liceo, sperando, tra le tante ,di vedere Miriam. Ma lei era già scesa.

Certe sere di primavera, Sebastian, con un gruppo di ragazzi, si fermava sotto la finestra del dormitorio delle collegiali e, tutti insieme, col sottofondo del mangiadischi dell’epoca, gridavano a squarciagola i loro canti d’amore.

Le collegiali, eccitate , si accalcavano dietro la finestra, ognuna sperando ti vedere il loro ragazzo del cuore.

Ma Miriam dormiva. Quei canti non potevano essere certo per lei: aveva solo tredici anni!

Sebastian intanto collezionava tutte le foto che riusciva a ricavare dai negativi lasciati dal fotografo quando Miriam andava a stampare le sue fotografie e così, dopo alcuni anni, fu in grado di riconoscerla mentre passeggiava per una delle vie di Catania. Subito corse a casa a prendere uno di quei dischi che portava sempre con sé e, sempre correndo, tentò di regalarglielo. Ma Miriam non lo riconobbe: aveva la barba e i capelli lunghi. Come si azzardava quello sconosciuto a volerle regalare un disco? Sarà sicuramente pazzo, pensò. E così lo trattò male. 


Si rividero dopo quasi cinquant'anni. 

Lui era diventato medico e lavorava all'ospedale. Lei una gradevole sessantenne da poco in pensione. Entrambi erano sposati. 

  • Dopo essersi salutati cortesemente, "Ti riconosco" - disse, e rimasero qualche minuto a guardarsi in silenzio sorridendo increduli. A lei venne una strana voglia di ballare ma lui disse che non sapeva farlo. Era molto cambiato, non aveva più i capelli di un tempo e il viso stanco era solcato da impercettibili rughe. 

L'aveva contattata su fb e lei dapprima aveva stentato a riconoscerlo, ma poi ricordò tutto e le sembró di colpo di tornare indietro nel tempo, di ridiventare la ragazzina che era, ma finalmente sicura di sé. 

Si erano parlati qualche volta al telefono e un clima di fiducia reciproca aleggiava fra i due. 

Miriam era contenta di aver ritrovato un vecchio amico a cui si sentiva affine e si rese conto di non aver mai dimenticato quel ballo e come si sentiva serena allora. 

"Siamo figli della stessa cultura e dello stesso sentire", le aveva detto un giorno. 

Poi le regalò il libro che le aveva promesso e si salutarono come se dovessero rivedersi. 

Ma non si rividero mai più. 

Però si sentirono spesso. 


Adesso riposa nella nuda terra, come aveva sempre agognato, in un vecchio cimitero abbandonato, ma i suoi libri e le sue poesie continuano a parlare di lui. 







venerdì 14 maggio 2021

DESTRA E SINISTRA : LA DIFFERENZA È SCRITTA NEI GENI

 Secondo i più recenti studi dello psicologo Satoshi Kanazawa e del neurologo David Amodio, le preferenze politiche sarebbero condizionate dalla struttura del cervello che si eredita alla nascita.


L'essere conservatori è infatti la modalità di base degli esseri umani, perchè implica un particolare attaccamento alla "tribù" ristretta di parenti e amici, paure irrazionali che portano ad una maggiore religiosità e anche una tendenza alla poligamia maschile: ciò è dovuto ad un'alta attività dell'amigdala.

Nei progressisti , invece, sembra essere più attiva la corteccia cingolata anteriore, che blocca l'impulsività, dando più tempo per riflettere sulle proprie azioni.

Da queste premesse sembrerebbe impossibile convincere un elettore conservatore a votare per uno schieramento progressista e viceversa.

Ma il problema che io mi pongo è se sia possibile, mediante un adeguato allenamento, agire sulle aree cerebrali interessate attivandole.

Io penso di sì, altrimenti non sarebbe stata possibile l'evoluzione

sabato 3 aprile 2021

RIFLESSIONI DI UNA INCOMPETENTE

 Il mondo è a rischio, ma non per la pandemia. I problemi più urgenti sono : il cambiamento climatico e l'eccessivo accumulo di rifiuti.

Per ovviare a ciò, si parla tanto di economia circolare ma è chiaro che non si può attuare il cambiamento in tempi rapidi e a livello globale.

Intanto dovremmo cambiare il nostro modo di vivere ed ecco che la pandemia ci costringe ad essere più morigerati senza che ciò sia visto come una limitazione alla nostra libertà imposta dai governi ma da cause di forza maggiore.

Come non sfruttare quindi questa grande occasione per iniziare un cambiamento che si rivela necessario per la sopravvivenza del nostro pianeta?

Ho visto tempo fa un documentario sull'isola di Pasqua i cui abitanti si sarebbero estinti perché avrebbero dilapidato in modo indiscriminato le risorse non avendo più a disposizione, oltre al cibo, nemmeno il materiale sufficiente per costruire qualche imbarcazione che gli permettesse di spostarsi altrove, cosa peraltro difficile, vista la posizione geografica dell'isola.

Un cambiamento radicale e repentino dello stile di vita non si può ottenere ad opera di convincimento in regimi ormai sempre più diffusamente democratici. E quindi, come non cogliere l'occasione di fare del virus il protagonista, oltre che il decisore di questo cambiamento così auspicabile per l'umanità?

Siamo in un'epoca di passaggio : il capitalismo è in crisi e bisognerà trovare un sistema economico alternativo che lo sostituisca, che ancora non c'è all'orizzonte ma che bisognerà trovare se vogliamo che si realizzi una convivenza pacifica di tutti i popoli nel rispetto del piccolo pianeta in cui viviamo.

Ci riusciremo?

Ai posteri l'ardua sentenza..... Se ci arriveranno. 

lunedì 12 ottobre 2020

IL TEMPO PERDUTO

 

Dentro il fosso dalle alte sponde scure, le lunghe chiome proiettavano le loro cime brune sul tremolio dell’acqua sottostante. La buca aveva la dimensione di poco più di un metro quadrato ed era di forma ovale, tutta circondata da alti pioppi che sembravano essere piantati lì apposta. Quel luogo era un incanto: c’era l’acqua, gli alberi, gli uccelli che si rincorrevano sulle fitte fronde di un verde intenso, diverso da tutto il resto che costituiva allora la campagna dove trascorrevo il periodo migliore delle mie vacanze estive.

 Avevo risalito il piccolo ruscello fino alla sua sorgente, almeno a quella che credevo lo fosse,  che in fondo non era così lontana dal punto dove l’acqua, dopo aver attraversato un breve tratto di campagna, sgorgava a forza, tuffandosi fra alte pareti di roccia e proseguendo così la sua strada , in parte a vista, in parte sotterranea, verso la meglio nota “ Sciumaredda”.

In quell’angolo di paradiso trascorrevo le mie mattinate tra un’arrampicata e l’altra sugli alberi che traevano beneficio dall’ umidità del terreno circostante. C’era un fico secolare che con la fitta chioma formava un gigantesco ombrello sotto il quale trovavo rifugio nei momenti di forte calura. Più in là, un alto noce mi consentiva di raggiungere altezze inconsuete per spaziare con lo sguardo sull’intero territorio. I bordi del ruscello erano costeggiati da deliziosi melograni dai fiori vermigli e da una conturbante distesa di  canne fiorite. Una scoscesa scaletta di pietra conduceva al luogo più basso: quello in cui l’acqua sgorgava limpida e pura come nelle migliori sorgenti di montagna. Lì si scendeva per riempire i secchi, i bidoni e le “quartare” che ci servivano da provvista per l’intera giornata, dato che in casa non c’era il rubinetto e noi dovevamo lavarci fuori, tra le robinie che crescevano in fretta e che offrivano un valido riparo dai cocenti raggi del sole di quelle mattine di torrido Agosto. Noi ragazzi eravamo addetti a questo lavoro ed era una conquista guadagnare la salita fino alla casa, più e più volte, con quel carico insolito. La casa era in pietra, con muri spessi fino a un metro. In fondo, una vecchia grotta, scavata in tempo di guerra per ripararsi dai bombardamenti, era stata trasformata poi in cucina, un’ampia cucina dove tutto sapeva di fresco e di buono. Mia madre vi cucinava le crocchette di patate al sapore di aglio e menta, la salsa fresca di pomodori sbucciati e perfino delle squisite creme o budini che servivano da dessert e da merenda. In alto c’era una finestrella, con le grate di ferro, che arieggiava il locale, ma faceva entrare anche tanta polvere. Le formiche, le vespe, i gechi e ogni tipo di insetto, erano di casa, e noi ci difendevamo con delle vigorose spruzzate di DDT. In fondo alla cucina, un’appendice di quella che era stata la grotta, separata dal resto da una porticina con la rete, fungeva da frigorifero, dove trovavano posto i “ bummali ” con il vino e le “ quartare” con l’acqua fresca.

Mio zio era più giovane di mia madre ed io lo ricordo ancora con quell’aria baldanzosa e quell’euforia quasi fanciullesca quando, armato di tutto punto con gli attrezzi che servivano allo scopo, ci conduceva in  giro per i nostri luoghi magici alla ricerca di farfalle di vario tipo di cui era competente collezionista .Cercando di non far rumore che potesse distrarre l’insetto, l’acchiappafarfalle calava con mano sicura, intrappolando nella sua rete quell’arcobaleno di colori , mentre rallentava il suo volo per posarsi sul fiore prescelto. Estratta delicatamente dal cono di rete bianca ,la farfalla che destava maggiormente l’interesse per la peculiarità dei colori veniva poi tenuta cautamente tra le dita per non sciuparne le ali e successivamente infilzata sulla testa con uno spillo che la immobilizzasse per sempre, per venire poi esposta, insieme ad altre, nell’apposito contenitore bianco col coperchio di vetro che mio zio aveva costruito per ospitare i preziosi reperti. Numerose varietà di papilionacee facevano bella mostra nella sua bacheca e, sotto ad ognuna , il nome, scritto in latino, ne visualizzava la classificazione . Io ero percorsa da un brivido , allorquando assistevo alla crudele morte di quelle splendide e innocue creature, infatti, di tutto questo percorso, quello che mi attirava di più era la corsa in mezzo ai fiori  e all’erba alta. A volte , una vegetazione appiccicosa si attaccava ai vestiti ed io, incuriosita, la raccoglievo per farne piccoli cestini ed

altri oggetti che quella strana pianta mi consentiva di modellare e lì, nella mia campagna per buona parte incolta, ce n’era a iosa.

I mie vicini erano quattro ragazzi che, vedendoli nella città dove abitualmente vivevano, non avresti riconosciuto, tanto erano qui sporchi e malvestiti, quanto là lindi e puliti. La campagna li trasformava in tanti piccoli Robinson, pronti ad inventarsi sempre qualcosa per sfruttare appieno le peculiarità che quella natura così rigogliosa offriva. Ed eccoli a scavare tunnel per collegare un angolo particolarmente suggestivo ad un altro altrettanto ameno o a legare corde al ramo di un albero, da cui potersi lanciare, alla maniera di  Tarzan, per scavalcare un piccolo ruscello. Io osservavo, ma difficilmente potevo competere nelle loro acrobazie. Li seguivo invece nelle loro escursioni all’interno di un grande uliveto: lì ci perdevamo, e ci chiamavamo, immaginandoci sperduti in un bosco come Hansel e Gretel.

Di pomeriggio, con mia madre e mio fratello, salivamo nella parte più alta del terreno per raccogliere qualche mandorla, che poi consumavamo dopo averla privata, con una grossa pietra, della scorza spessa e verde scuro e dell’altra , più interna e dura, di colore marrone chiaro. Da lassù si dominava l’ampia vallata verdeggiante e  le colline di fronte e si potevano anche scorgere le case sulla cima della montagna che fronteggiava la nostra e da cui ci separava una considerevole distanza. Lassù abitava mia zia e noi tre a gridare in coro: “Mariaaaa……Mariaaaa……” . Alla fine lei ci sentiva e rispondeva: “Saliteeee”.

Dopo esserci brevemente consultati tra noi tre, decidevamo di compiere l’impresa. Il tragitto si presentava impervio: lungo la camminata, dovevamo tenerci ai rami e alle erbe spontanee per non scivolare. Mia madre si aiutava con un bastone. Attraversavamo terreni  incolti, per lo più mandorleti e uliveti piuttosto trascurati. Numerose erano le erbe spinose, che ci graffiavano le gambe, e le piante di ficodindia, che evitavamo accuratamente. A tre quarti dal percorso, però, un grande gelso ci attendeva per un po’ d’ombra e ristoro con i suoi succosi frutti, che ci imbrattavano le magliette oltremisura. Giunti finalmente in cima, mia madre veniva fatta accomodare per smaltire la stanchezza con una fresca bibita, mentre noi volavamo, con le braccia e con le gambe, fino a toccare i rami degli alberi più alti. La nostra fatica veniva alla fine premiata con il raggiungimento dell’agognato obiettivo: la conquista dell’altalena.

domenica 13 settembre 2020

Questa pandemia darà una botta al sistema capitalistico?

 Il lavoro sta cambiando, l'economia sta cambiando. Secondo voi il mondo potrà più tornare come prima? Secondo me no, mai più.

Anche la gente sta cambiando : si pensa un po' meno alla solidarietà e un po' più a se stessi, alla propria famiglia. 

Le città si spopoleranno, ci sarà la rinascita dei paesi, tutto ciò favorito dalla possibilità di lavorare a distanza. 

Nei paesi si vive meglio :c'è più spazio, meno inquinamento. Esci, vai al supermercato e incontri persone con cui ti saluti. Molti si fermano a chiacchierare (non io) 

La vita è più vivibile, più umana. 

Il capitalismo avrà un duro colpo?

Secondo me sì e mi auguro di sì. Niente più fabbriche affollate, molti lavori verranno fatti da casa, rinasceranno le botteghe.

Secondo voi sarà così? Sarà meglio per noi e per il nostro pianeta?

Finirà il consumismo esasperato?