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martedì 3 agosto 2010

PER VENDOLA LE ELEZIONI ANTICIPATE SONO UN FATTO DI IGIENE.

Così si è espresso Niki Vendola a chi gli chiedeva di elezioni anticipate.

mercoledì 14 luglio 2010

BREVI RIFLESSIONI SULLA CENSURA

Da un bell'articolo di Umberto Eco ho tratto le seguenti riflessioni sulla censura:
In un tempo molto antico, le idee scomparivano per semplice oblio naturale.
Successivamente sono intervenute le persecuzioni religiose che imponevano certe visioni del mondo e certe idee a discapito di altre.
In epoca staliniana tutti conosciamo le manipolazione delle foto d'epoca con alcuni volti scomparsi.
E che dire del fascismo di casa nostra che riscrisse addirittura i libri scolastici per adeguarli alla corrente ideologia e al culto dell'immagine del Duce.
Ora non c'è solo la legge Bavaglio - spiega Umberto Eco - anzi fa scuola l'informazione tipo Tg1, con una massa di informazioni irrilevanti che ci istupidisce.
Nella nostra democrazia, per quanto apparentemente vediamo e sentiamo tutto e siamo informati su tutto, si ha qualche problema di trasparenza e questo avviene perchè la vera censura della politica di oggi non è nasconderci le cose, ma raccontarcene troppe.
"Sono convinto che nell'epoca delle comunicazioni di massa, dove anche le vecchie forme di dittatura si trasformano in populismo mediatico, la censura tradizionale diventi sempre più inefficace.
Qualcuno ha detto che se ci fosse stata internet l'Olocausto non sarebbe stato possibile.....
In realtà anche in dittature  come quella fascista la censura impediva che certe notizie fossero date pubblicamente, ma non impediva che esse circolassero in modo clandestino - e sovente la notizia sussurrata aveva un impatto maggiore della notizia resa pubblica.....

In fondo, a pensarci bene, l'intera macchina televisiva, coi suoi grandi fratelli, le isole dei famosi, le pupe e i secchioni, i dibattiti politici dove non conta quel che viene detto ma la vis polemica dei partecipanti,....altro non è che un immenso apparato per censurare notizie importanti  che pure vengono date, ma nella disattenzione generale."

La vera censura è data dalla disattenzione generalizzata, dall'eccesso di cicaleccio in cui annegano le notizie importanti.

Ecco perchè io non ho partecipato alla manifestazione contro la legge bavaglio: perchè limitando il numero di informazioni che possono venir pubblicate, queste assumono di rimbalzo un'importanza tale che finalmente diventano degne di attenzione, e non essendoci più come una volta la mormorazione bocca-orecchio, oggi il sussurro prenderà la forma della mormorazione-blog, restituendo dignità a una forma elettronica di tam-tam.

AGGIUNTO ALLE ORE 18

Poco fa, mentre cercavo delle immagini sulle epurazioni staliniane, mi appare un'immagine di Norberto Bobbio. Incuriosita, clicco e mi appare tutta la storia di Forza Italia costellata da slogan anticomunisti, con sottofondo musicale del noto inno "meno male che Silvio c'è".

Che ci fa Norberto Bobbio con Silvio???!!!!!

martedì 23 marzo 2010

L'ITALIA E' UNA REPUBBLICA DEMOCRATICA FONDATA SUL.....MERITO

Così il ministro Brunetta vorrebbe riscrivere l'articolo primo della nostra Costituzione.
Al che il giurista Gustavo Zagrebelsky ha obiettato: "sostituire il "lavoro" con "merito" o "competizione" significa volersi eporre a quell'ideologia terribile che è il darwinismo sociale"

Quando , nel '48 , fu scritta la nostra Costituzione, si cercò di trovare un terreno d'incontro il più ampio possibile. Del resto, la natura delle norme costituzionali è proprio questa: essere il prodotto di una convergenza, non di imposizione di una parte sulle altre.

All'inizio, comunisti e socialisti avrebbero preferito la formula "repubblica di lavoratori", ma Fanfani, nel proporre la formula che adesso troviamo, così si espresse: "Dicendo che la repubblica è fondata sul lavoro, si esclude che essa possa fondarsi sul privilegio[.....] e si afferma invece che essa si fonda sul dovere, che è anche diritto ad un tempo per ogni uomo, di trovare, nel suo sforzo libero, la sua capacità di essere e di contribuire al bene della comunità nazionale" ( 22 marzo 1947).

Così prosegue Zagrebelsky : ".....in un tempo in cui la disoccupazione è crescente e il lavoro diventa bene sempre più raro di cui si appropriano i privilegiati, i forti, i figli dei ricchi, a danno di coloro che sono privi di protezioni legali o corporative e di raccomandazioni personali.[...].mi sembra che queste affermazioni siano più attuali che mai."

Il ministro Brunetta, in fondo, ripropone le ragioni della sua battaglia a favore dei meritevoli contro i fannulloni.
Come dargli torto? Ma, obietta il giurista, "questo intento, in assenza di una politica sociale per il lavoro- una politica che la Costituzione richiede- si risolverebbe in una gara falsata, vinta necessariamente dai più forti."
 E aggiunge: " L'articolo 1 della Costituzione non protegge affatto i parassiti sociali. Al contrario! Ma vuole che tutti i cittadini abbiano la possibilità di accesso al lavoro e nel lavoro possano far valere ciò che valgono, in un'uguaglianza di opportunità dove il merito, e non il sindacalismo deteriore, o l'appartenenza a giri di potere, abbiano la meglio." (Gustavo Zagrebelsky ,su "il venerdì" di Repubblica ,12 marzo 2010)

venerdì 5 marzo 2010

L'ITALIA DEL "NUN SE POTREBBE"

Mi è piaciuto questo post di Alessandro Giglioli e vi invito a leggerlo.

domenica 7 febbraio 2010

SBAGLIANDO S'IMPARA. OPPURE NO?

Ho letto tempo fa un bell'articolo di Piero Angela che mi ha fatto molto riflettere e di cui pubblico uno stralcio, convinta che come le spiega lui certe cose non sarei capace di farlo io.

Come dice il proverbio: sbagliando s'impara. Ed è vero. Lungo tutta la nostra vita accumuliamo esperienze attraverso i nostri errori.


Ma in certi casi l'apprendimento per esperienza non serve, anzi, è catastrofico. Se, per esempio, si scala l'Everest senza conoscerne i pericoli, non c'è più tempo per trarre insegnamento dagli errori. Si muore prima, per freddo, fame, intemperie e mancanza di ossigeno. Ciò vale per molte cose, in particolare per le scelte che riguardano il nostro avvenire. Se si va verso il futuro senza conoscerne i problemi, l'apprendimento per errori non serve più. È troppo tardi. Ma una delle capacità del nostro cervello è quella di fare ipotesi, congetture, progetti, simulazioni che gli consentano di immaginare situazioni future, di intuirne le conseguenze e quindi di evitare i pericoli e ridurre i rischi, prendendo oggi le decisioni necessarie. Questa capacità è frutto non solo di un cervello complesso, ma di un allenamento mentale che deve cominciare dall'infanzia, attraverso l'esperienza del gioco, e continuare poi con una varietà di stimoli creativi. È un tipico meccanismo umano, che da sempre è alla base dell'immaginazione e delle invenzioni. Invenzioni di macchine, di idee, di strategie, di progetti. Per risolvere problemi non ancora reali, ma immaginati tempestivamente.

Attraverso l'immaginazione l'uomo è riuscito a realizzare grandi imprese. La conquista della Luna, per esempio, è avvenuta grazie a una serie di simulazioni mentali. Sulla Luna non c'era mai stato nessuno prima: e non si poteva certamente usare l'apprendimento per errore. Per fare arrivare fin lassù degli astronauti e riportarli a casa sani e salvi, è stato necessario simulare mentalmente (e risolvere) i problemi prima ancora che si ponessero: problemi collegati alle leggi di gravità, alle temperature, alle comunicazioni, al carburante, agli strumenti di navigazione, ai veicoli. In altre parole, si è imparato a fare una cosa del tutto nuova, cioè andare sulla Luna senza mai esserci andati. È stato un apprendimento immaginato. Un "apprendimento innovativo", che ha consentito di operare nel modo giusto.

 Anche per andare verso il futuro è ormai necessario affrontare il viaggio allo stesso modo. Sarebbe infatti catastrofico imparare dagli errori. Dobbiamo riuscire a simulare mentalmente i problemi prima ancora che si pongano. Breve e lungo termine Ma, ammesso che lo si voglia, sarebbe davvero possibile prevedere il futuro? Il problema purtroppo è che troppi elementi si intrecciano e rendono la previsione assai difficile. È come in una partita a scacchi: ogni volta che si sposta un pezzo si modifica tutta la situazione sulla scacchiera. Perché tutti i pezzi si influenzano a vicenda. E a ogni mossa la situazione cambia. È quindi difficile prevedere esattamente come si presenterà la scacchiera fra 10 o 15 mosse. Quello che però si può facilmente prevedere è che se un giocatore gioca male, comprometterà senz'altro l'esito futuro della partita. Uno degli errori tipici, per esempio, di un cattivo giocatore, è quello di mangiare subito certi pezzi che sembrano vantaggiosi, senza pensare alle conseguenze future. Giocando a breve termine, in realtà, si compromette il lungo termine, e si finisce per perdere.

Analogamente, nelle nostre società noi tendiamo a mangiare subito certi pezzi che ci danno vantaggi immediati, senza pensare alle conseguenze lontane. Le nostre scelte non sono lungimiranti, ma "brevimiranti". Stiamo così preparando la crisi di domani. Allo stesso modo in cui ieri abbiamo preparato le crisi che conosciamo oggi.

giovedì 21 gennaio 2010

TRANSFERT

Questa è una parola che ha subito considerevoli trasformazioni rispetto a quando studiavo Psicologia generale all'università.

Proprio oggi, mentre cercavo un approfondimento sulla parola in oggetto, il Caso mi ha condotto su questo articoletto molto di attualità di cui pubblico uno stralcio:

Il dibattito che attualmente si sta sviluppando intorno alla figura di Craxi non è altro che un’operazione mediatica preventiva.
Scopo di quest’operazione mediatica è condizionare implicitamente il giudizio dell’opinione pubblica intorno alla figura del Presidente creando un più o meno consapevole
transfert dalla figura del leader socialista a quella del Presidente stesso.
L’immagine del Presidente non potrà che trarre beneficio dal precedente storico di un grande statista perseguitato dalla magistratura. Mutare il giudizio dell’opinione pubblica intorno a Craxi e alle sue vicende processuali è il miglior vaccino anti-giudici somministrabile al cittadino elettore in previsione di un calo di fiducia e popolarità dovuto alla ripresa delle vicende giudiziarie a carico del Presidente. Sarà un film già visto e bisognerà impedire che possa finire allo stersso modo.
Un’ulteriore conseguenza non trascurabile del transfert Craxi-Berlusconi è quella di andare direttamente a contrastare il più popolare transfert Mussolini-Berlusconi. Anche in questo caso, Photoshop.
( Tratto dal blog Pezzi di merda)

Il significato che invece io ricordavo ha a che fare con l'apprendimento e consisteva nel fatto che le abilità acquisite in un determinato campo del sapere o dell'attività umana possono essere spese in altre attività, anche diverse, che hanno però con quella iniziale qualche affinità strutturale.

lunedì 7 dicembre 2009

FIGLIO MIO, LASCIA QUESTO PAESE.....

Pubblico la lettera di Celli,che non avevo ancora letto integralmente,indipendentemente da chi l'abbia scritta, perchè è esattamente quello che vorrei dire a mio figlio, ma non faccio, nell'assurda speranza che, di qui a breve, le cose cambino.

"Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.


Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con" lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l'idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai.
Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l'affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.

Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E' anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l'Alitalia non si metta in testa di fare l'azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell'orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d'altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l'unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio.

Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po', non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato - per ragioni intuibili - con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all'infinito, annoiandoti e deprimendomi.

Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni.

Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.


Adesso che ti ho detto quanto avrei voluto evitare con tutte le mie forze, io lo so, lo prevedo, quello che vorresti rispondermi. Ti conosco e ti voglio bene anche per questo. Mi dirai che è tutto vero, che le cose stanno proprio così, che anche a te fanno schifo, ma che tu, proprio per questo, non gliela darai vinta. Tutto qui. E non so, credimi, se preoccuparmi di più per questa tua ostinazione, o rallegrarmi per aver trovato il modo di non deludermi, assecondando le mie amarezze.

Preparati comunque a soffrire."

lunedì 12 ottobre 2009

LIBERTA' DI STAMPA?

A proposito del dibattito ,con connesse manifestazioni, sulla tutela della libertà di stampa, leggo solo ora un articolo chiarificatore di quella che è la situazione dell'informazione in Italia sul blog PIOVONO RANE di Alessandro Giglioli, che ripropongo pensando possa essere utile per chiarirsi le idee:

"C’è la libertà di stampa in Italia?Certo, è garantita dalla Costituzione e dalle leggi dello Stato. E in Italia chiunque può fare un giornale d’opposizione - ne sta anche nascendo uno nuovo - e se non ne ha i mezzi economici può aprire un sito o un blog e scrivere quello che gli pare.
E allora dov’è il problema?Per capirlo bisogna prima di tutto rovesciare il cannocchiale e capire che il problema di fondo non è la libertà di manifestare con ogni mezzo le proprie idee: il problema è la pluralità delle fonti a cui i cittadini attingono abitualmente le informazioni e le opinioni da cui poi si fanno un’opinione propria.

Che cosa significa?

Significa che non bisogna vedere la cosa dal punto di vista dell’emissione delle notizie ma da quello della ricezione. Come s’informano gli italiani? A quali media attingono contezza dei fatti e confronto fra opinioni? A un bacino di media molto diversi tra loro per impostazione politica e culturale o no? Ecco: Se la stragrande maggioranza delle persone attinge fatti e opinioni da media che hanno una sola impostazione politica e culturale, la situazione non è sana.

Qualche esempio?

Per iniziare, da sempre solo un decimo degli italiani acquista quotidiani. Gli altri nove decimi hanno come fonte di informazione prevalente o unica la televisione. E degli otto canali televisivi nazionali, cinque sono controllati dal governo (Raiuno, Raidue e i tre di Mediaset), uno sta con l’opposizione (Raitre) più due minori abbastanza neutrali (La7 e Sky).

Beh, gli italiani non sono mica costretti a vederli, lo fanno di loro volontà.Certo. Ma non si può dire che sia sano un sistema informativo nel quale - anche per abitudini storiche consolidate nelle famiglie da decenni - nove italiani su dieci attingono solo a un’informazione omologata.
Possono sempre acquistare i quotidiani.Sì, ma anche qui entrano in gioco abitudini storiche. Dal 1945 a oggi gli italiani comprano in media meno di sei milioni di quotidiani al giorno. Non è che all’improvviso tutti corrono all’edicola perchè la tivù è omologata, anche perchè la maggior parte dei cittadini neppure se n’è accorta di questo processo graduale di omologazione. E comunque anche nei quotidiani non è che stiamo tanto bene come pluralità.

In che senso?

Nel senso che se prendiamo i più diffusi quotidiani d’informazione, vediamo che solo due sono d’opposizione, La Repubblica e l’Unità. Poi ce sono quattro (Il Giornale, Il Tempo, Il Quotidiano Nazionale, Libero) dichiaratamente con il premier. E due, molto importanti, che recentemente hanno svoltato e ora sono molto più prudenti con il premier.

Quali?I

l Corriere e La Stampa. Non è un segreto per nessuno che le precedenti direzioni erano sgradite al premier. E i due direttori infatti sono saltati dopo le elezioni vinte dal premier. Così come non è un mistero che le attuali direzioni siano molto più morbide e accettabili per il governo.

Quindi?

Quindi in Italia ci sono di fatto solo due quotidiani d’opposizione abbastanza diffusi, che comunque non arrivano insieme al milione di lettori.
Se la gente li compra poco, sono problemi loro.La gente li compra più o meno come li ha sempre comprati negli ultimi anni. Chi si occupa di media sa bene che le abitudini storiche contano. Per esempio, Panorama è nato e si è affermato nei decenni come settimanale “liberal”, ora invece appartiene al premier ed è apertamente di destra: ma intanto ha fatto propri i mezzi economici, la diffusione del brand, l’abitudine all’acquisto, il know how professionale e tante altre cose che ne garantiscono la diffusione. Si pensi anche al Corriere e al Tg1: sono due grandi testate con un pubblico storico, ma il loro recente cambiamento di linea (diventata molto cauta nel primo caso e apertamente filogovernativa nel secondo) ha ridotto la pluralità e la disomogeneità dell’informazione a cui abitualmente attingono gli italiani.

Quindi?

Quindi il problema è che - mettendo insieme la situazione televisiva e quella dei quotidiani - il 90-95 per cento degli italiani non attinge più ad alcuna fonte d’informazione critica vero il governo. Ha informazioni e pareri solo benevoli verso il premier, o tutt’al più prudenti e neutrali. E questa non è una situazione sana in una democrazia. Se poi ci mettiamo anche il fatto che gli unici due quotidiani d’opposizione sono stati portati in tribunale dal premier…
Beh, il premier è un cittadino come gli altri, può portare in giudizio chi gli pare.Che sia un cittadino come gli altri è difficile da dirsi, visto che ha fatto una legge che lo rende ingiudicabile. Ad ogni modo: sì, in termini giuridici il premier può citare chi gli pare, ma in termini politici è un fatto molto pesante. Nelle democrazie occidentali è rarissimo che un capo del governo in carica citi in tribunale i quotidiani che gli si oppongono. Perfino D’Alema quando divenne premier rimise tutte le cause che aveva intentato. Il sospetto che ci sia un’intimidazione è molto forte.
Beh, sarà il tribunale a decidere se Repubblica e l’Unità hanno ragione o torto.Sì. fra sei o sette anni. Intanto resta l’intimidazione. La stessa cosa che è stata fatta con l’Avvenire.

La questione Boffo?Esatto. Al premier dava molto fastidio che il quotidiano dei vescovi attaccasse proprio lui, che si presenta come paladino dei cattolici e amico della Chiesa. Non era tanto il quotidiano in sé - che vende pochino - ma l’eco che ogni attacco aveva negli altri media, anche stranieri. Fosse o meno al corrente della prima pagina del Giornale su Boffo, è chiaro che avere chiamato un “picchiatore” editoriale come Feltri (che ben conosceva, avendolo avuto nel gruppo per quasi quattro anni) era finalizzato ad attaccare i suoi avversari, incluso Boffo.
Alla fine Boffo si è dimesso…Appunto, ma il problema non è né lui né l’Avvenire: il problema è che gli attacchi personali a Boffo, così come quelli a Ezio Mauro e ad altri, hanno lo scopo di “convincere” tutti i giornalisti e i direttori che è meglio per loro se non criticano il premier. Se osano farlo, sanno che c’è un gruppo politico-mediatico, che può avvalersi anche di professionisti di “intelligence”, che passerà al setaccio il loro passato e il loro presente per scoprire se hanno pagato in nero una colf, se si fanno le canne, se sono mai andati a prostitute, se hanno sempre versato il canone della Rai etc. Solo in Italia, tra le democrazie, esiste un capo di governo che ha dei media e delle “barbe finte”, e li usa entrambi per deligittimare i suoi avversari.

Ma cosa c’entra l’intelligence?

La solita storia dei servizi deviati?Alt, nessuno è in grado di dire che il premier abbia mai usato uomini dei servizi. Ma esistono le sicurezze private. Chi ha organizzato il set con registratori e macchine fotografiche nascoste per intrappolare L’espresso a fine maggio, cosa finita il giorno dopo sul Giornale? Chi ha passato al Giornale la velina su Boffo “omosessuale molestatore”?
Comunque, se dai giornali torniamo alle tivù, ci sono anche La7 e Sky, su cui finora si è sorvolato.Sì. La7 non ha una linea antigovernativa, ma nemmeno apertamente filogovernativa. Tuttavia questo a Berlusconi non basta e adesso ci sta mettendo le mani, ed è probabile il cambio di direttore con uno più schierato: Telecom, proprietaria de La7, ha tutto l’interesse (per motivi economici) a intrattenere buoni rapporti con il governo ed è quindi facile che lo assecondi. Ma c’è anche un altro scenario, cioè l’ingresso nella proprietà del tycoon tunisino Tarak Ben Ammar, che è vicinissimo a Berlusconi, e anche suo socio in Nessma tv. In questo caso anche La7 diventerebbe apertamente filoberlusconiana.

E Sky?

Ammesso che si possa definire antiberlusconiana (il che non è), ricordiamoci che giunge a meno di un decimo degli italiani, i quali comunque ne guardano soprattutto il calcio. E in ogni caso Berlusconi a Sky sta facendo una guerra serrata, sia in veste di premier sia come proprietario di Mediaset, per ridurne ulteriormente il peso: gli ha raddoppiato le tasse, ha speso una valanga di soldi pubblici per imporre il digitale terrestre (che toglie molti abbonati a Sky), ha fatto togliere i canali satellitari Rai dal pacchetto Sky, si è perfino inventato una piattaforma satellitare Rai-Mediaset in funzione anti Sky. E gli abbonati a Sky infatti non crescono più, sono fermi sotto i cinque milioni.

Resta Raitre.Sì. Anche se i segnali che arrivano in questi giorni non lasciano molto spazio all’ottimismo. Si parla di cancellare alcune trasmissioni non gradite al premier. Ed è in forse la voce più critica verso il premier.

Ricapitolando?

Ricapitolando in Italia abbiamo la stragrande maggioranza dei cittadini che si fa un’opinione basandosi su media omologati. Restano fuori da questa omologazione due quotidiani (il cui spazio di critica il premier cerca di ridurre drasticamente attraverso offensive mediatiche, citazioni in tribunale e delegittimazioni personali) e una rete Rai (che Berlusconi sta cercando di purgare dalle sue voci più critiche).

In tutto ciò però non abbiamo parlato di Internet.Non ne abbiamo parlato per non svegliare il cane che dorme. Sulla Rete infatti Berlusconi è indietro. E’ un tycoon televisivo di 73 anni, probabilmente pensa che la Rete non modifichi le opinioni e non sposti il consenso. Sul breve ha ragione, perché gli italiani che si informano via Internet sono ancora una minoranza. Specie nella massa elettorale che lui definisce “con un’intelligenza da dodicenne che non sta nemmeno al primo banco”. Sul lungo può avere torto.

Quindi?

Quindi non serve a molto gridare alla “libertà di stampa minacciata”, perché trovi sempre qualcuno che ti dice che esiste il Tg3, esiste il Manifesto e così via. Serve invece capire i meccanismi con cui Berlusconi sta riducendo drasticamente la pluralità e la disomogeneità politico culturale dei media a cui attingono gli italiani. E serve lavorare per andare nella direzione opposta, provando ad aumentare il più possibile questa pluralità.

mercoledì 16 settembre 2009

LA DONNA NEL SETTECENTO-1

La condizione della donna prima della Rivoluzione francese

Dal punto di vista delle leggi, in tutta Europa le donne non godevano, fino alla rivoluzione francese, degli stessi diritti degli uomini. Nelle legislazioni di tutti paesi europei esse, fino al matrimonio, erano obbligate ad obbedire al padre; con il matrimonio passavano sotto l’autorità del marito. Insomma, la donna poteva essere solo “figlia” o “moglie” di un uomo e non una persona autonoma e indipendente. Ciò aveva gravi conseguenze sulla vita delle donne: esse non potevano amministrare i propri averi, che erano gestiti dai padri, dai mariti o, in mancanza di questi, dai fratelli o da altri parenti maschi, erano escluse da tutti, o quasi tutti, gli impieghi pubblici e non potevano partecipare a nessun organismo rappresentativo.Nel corso del ‘700 le cose, seppur lentamente, avevano cominciato a cambiare in due ambiti: l’istruzione e il lavoro. Infatti, presso le famiglie aristocratiche e borghesi, si era diffusa sempre di più l’idea che fosse importante garantire anche alle ragazze una certa istruzione, benché sempre inferiore a quella garantita ai figli maschi; una buona moglie, infatti, doveva non solo fare tanti figli, ma anche far bella figura in società, quindi saper intrattenere gli ospiti con una conversazione sufficientemente colta e brillante. Tra le classi meno agiate si era invece diffusa, soprattutto nelle città, la pratica del lavoro femminile: molte donne, oltre a occuparsi della casa e dei figli, sempre più spesso si dedicavano anche a lavori fuori di casa, facendo la lavandaia, la serva, la cucitrice, ecc. Ciò permetteva loro non solo di integrare lo stipendio del marito, ma anche di avere una propria vita autonoma al di fuori della famiglia.


LA DONNA NEL SEICENTO

Continuo la mia ricerca sulla donna nei secoli anche se come argomento vedo che non è molto appetibile.Ma non posso farci niente è una mia fissazione.

“Natura le ha fatte streghe”. E’ il genio proprio della Donna, e il suo
temperamento. Nasce Fata. Per il normale ricorso all’esaltazione, è Sibilla. Per
l’amore è Maga. Per acume, malizia (capricciosa spesso e benefica), è Strega, e
dà la sorte, almeno lenisce, inganna i mali. Semplice e commovente inizio di
religioni e scienze. Più avanti tutto si separa; vedremo sorgere lo specialista,
ciarlatano, astrologo o profeta, negromante, prete, medico. Ma in principio, la
Donna è tutto.

Quando appare, la Strega non ha padre né madre, non ha figli, marito, né
famiglia. E' un mostro, non si sa da dove venga. Chi oserebbe, Dio,
avvicinarla?

Dove vive? dove non è possibile, nei boschi di rovi, sulla landa, dove la spina, il
cardo intrecciati, impediscono il passaggio. La notte, sotto qualche vecchio
dolmen. Se viene scoperta, è l'orrore della gente a tenerla ancora isolata: è come
circondata da un cerchio di fuoco.

Tuttavia, è difficile credervi, è ancora una donna. Proprio questa tremenda vita
preme e tende la sua molla di donna, l'elettricità femminile.

Si noti che in certe epoche, al solo nome di strega, l'odio uccide a caso. Le gelosie
femminili, le brame maschili, si appropriano di un'arma tanto comoda.
E' ricca? STREGA. E' graziosa? STREGA.

Non bastano i roghi al clero, né al popolo le villanie né i sassi al fanciullo, contro
la disgraziata. Il poeta (fanciullo anch'esso) la lapida con un'altra pietra, ancora
più crudele per una donna. Suppone, chissà perché?, che fosse sempre laida e
vecchia. Ma i crudeli processi mostrano il contrario. Molte morirono proprio perché giovani
e belle.

Per capire un po' meglio, leggete gli odiosi registri che ci restano
dell'Inquisizione.

Bastano poche pagine, per sentirsi agghiacciare. Vi prende un freddo crudele. La
morte, la morte, la morte si avverte in ogni riga. Siete ormai nella bara, o in una
piccola cella di pietra dai muri ammuffiti.

I più fortunati vengono messi a morte. L'orrore, è l'"in pace". Questa parola
ricorre all'infinito, come una campana d'infamia che suoni e risuoni, per
desolare i morti vivi, sempre la stessa parola: MURATI.

L’antifemminismo religioso, già in età medioevale, impose di fuggire la donna
“arma del demonio, causa prima della nostra perdizione”. Erano tollerate la
moglie che assicura la progenie, la madre che alleva i figli, la tessitrice operosa, la
contadina instancabile, la vecchia fidata e silenziosa, la suora murata nella sua
clausura, ma tutte le altre erano sospette, soprattutto le giovani e belle che suscitano
odio e desideri.

Iniziata nel tardo Trecento la persecuzione alle donne accusate di aver stretto un
patto con Satana e di compiere inauditi malefici ai danni dell’umanità, dilagò nei
secoli successivi.

Dalla seconda metà del 1500, infatti, inquisitori, giudici, principi cattolici
condussero una battaglia aggressiva in nome della Chiesa di Roma, contro eretici e
donne malefiche.

Anche Carlo Borromeo, divenuto santo, ordinò vari processi che
videro condannate e bruciate centotrenta streghe condotte al rogo su un carro o in
groppa ad un asino, di solito nude fino alla cintola e frustate dal boia, tra la folla
schiamazzante che lancia sassi e frutta marcia.

Tale controllo delle coscienze fu soprattutto un tentativo di controllo sociale esteso in cui norma religiosa e norma politica modellano l’insieme dell’individuo. Si assistette ad un vero e proprio
crescendo di processi per stregoneria, come quello famoso a Gostanza da Libbiano
nel 1594, nel Lucchese. di cui parla in un suo libro Franco Cardini . Si
tratta di una popolana, al centro di un serrato processo, come molte altre donne
vittime, nelle campagne italiane, di un mondo fatto di superstizioni e di paure, di
tradizioni e di novità, di fantasia e di repressione.

Alle streghe, nel Seicento, il popolo agitava pugni e bastoni, come nel paese di
Zardino l’11 settembre 1610, giorno in cui venne arsa al rogo Antonia, la
protagonista del romanzo La chimera di Sebastiano Vassalli.

La ragazza-strega, vittima innocente, chiusa nella carrozza che la porta al patibolo,
incapace di comprendere, fino a quel momento, le ragioni delle sue sofferenze,
accompagnata da espressioni come Maledetta strega! Devi crepare! A morte! Al
rogo! ossessivamente urlate dal popolo, sadico nella sua bestiale
ignoranza, sembra finalmente rendersi conto di quanto il mondo sia insensato,
scosso dalle sue “mostruose malattie”.

Come, altrimenti, giustificare i venditori di vino, bibite, pesci fritti e angurie, i
campi brulicanti di carri, di bambini che si rincorrevano e giocavano a
nascondersi, di adulti che…mangiavano e bevevano e aspettavano di godersi da
lontano quel gran spettacolo del rogo della strega? (G. Vassalli; La Chimera; Einaudi 1991)

lunedì 14 settembre 2009

LA DONNA MEDIEVALE

Per proseguire nella mia ricerca sulla donna nei secoli,trascrivo alcuni brani della mia ricerca su internet, parzialmente rielaborata.
Quì si evidenzierà che la donna nel medioevo, non era affatto subalterna all'uomo, come invece avverrà solo alcuni secoli più tardi e i motivi di questa caduta all'indietro saranno l'argomento della mia prossima ricerca.

Per Boccaccio la donna non è un angelo (come per Dante), ma è semplicemente un essere umano (a testimonianza dell'appartenenza alla corrente umanista). Inoltre l'amore non è visto più solo come qualcosa di teorico, ma diventa un sentimento umano e terreno che spesso coinvolge la carne altrettanto o più dello spirito e accende le passioni più sensuali; può essere all'origine di grande felicità, ma anche di delusione, sofferenze, tradimenti, gelosia e odio. Oltre a non essere considerata un angelo, la donna per Boccaccio è l'unica protagonista. La dedica del capolavoro, il discorso rivolto alle donne ogni volta che l'autore interviene in prima persona, il ruolo di protagoniste che esse rivestono in molte novelle sono tutti elementi che rivelano l'evoluzione storica e sociale della donna in Boccaccio.

Nel Decameron, la donna non si limita ad essere ombra e riflesso della passione dell'uomo, ma diventa la vera attrice, che affronta e soffre la vicenda amorosa dentro di sé, come schietta creazione del proprio cuore. Cosa che non avviene in Dante. Quest'ultimo, infatti, non pone mai una donna come protagonista magari di un suo canto né tanto meno si azzarda a presentarci una donna che si innamora di un uomo.

In Boccaccio le donne acquistano dignità di personaggi per la prima volta nella nostra letteratura: la donna non solo è oggetto, ma anche soggetto di desiderio, né ha timore di esprimere i propri desideri erotici. La donna è anche capace di coraggio, dà prova di ingegno e di virtù, ma la sfera della sua azione è sempre ed esclusivamente limitata all'ambito erotico.Appare in Boccaccio la consapevolezza di quanto questo ruolo esclusivamente erotico, considerato un dato naturale, condanni la donna alla marginalità sociale;legata al sesso e alla maternità la donna è amata finché giovane e bella, ma poi è considerata buona a nulla.

La donna nel Decameron non è più la donna angelo: è la donna borghese, che unisce la naturalità del popolo alla nobiltà d'animo cortese, l'amore all'intelligenza e all'ingegno. In questa parte del lavoro riguardo la condizione della donna nel Medioevo prenderò in considerazione soprattutto la donna emancipata impegnata in affari commerciali e lavori che prima erano prevalentemente svolti dagli uomini.

Un altro tema importante è quello dell'amore, che può essere vissuto dalla donna in due modi: o a carattere soggettivo, la donna cioè che prova dei sentimenti amorosi in prima persona, oppure vista come oggetto di desiderio dall'uomo.

Definire la donna e tracciare una sua autonoma storia nei diversi contesti sociali è difficile e la difficoltà non è casuale: la subordinazione della donna all'uomo è millenaria e non si situa solo nella sfera delle relazioni familiari, sociali ed economiche; la donna non è mai stata considerata e non si è, per un lunghissimo tempo, considerata un soggetto autonomo, in grado di creare eventi.
La storia della donna è quindi spesso l'ombra dell'altra storia, fatta di imprese, idee e rivoluzioni di cui l'uomo è l'unico protagonista.

Il filo conduttore nella riflessione sulle donne è la constatazione di una disuguaglianza tra i sessi, di una discriminazione fondata sulla diversità biologica trasformata in un giudizio di inferiorità per il sesso femminile.

Resta da chiedersi che cosa ci sia all'origine di questa disuguaglianza: secondo alcune interpretazioni che si rifanno alla mitologia, è la capacità esclusivamente femminile, di creare nuova vita che ha provocato la paura e il risentimento degli uomini: un mito persiano dice che è la donna a creare il mondo e lo fa con un atto di creatività naturale che è suo e non può essere duplicato dall'uomo. Mette alla luce un gran numero di figli, i quali, grandemente stupiti da questo atto che essi sono incapaci di ripetere, si spaventano. Pensano: "Come possiamo essere certi che così come dà la vita non possa anche toglierla?" E così a causa della loro paura di questa misteriosa capacità della donna e della sua eventuale reversibilità la uccidono.

La società nel primo Medioevo non offriva alcuna garanzia di eguaglianza tra i due sessi. Maschi o femmine che fossero, non erano uguali né quanto a diritti, né davanti alla legge, né quanto a partecipazione alle responsabilità, alle cariche e dignità politiche. Accanto alla disuguaglianza giuridica esistevano rigide diversità sociali; nonostante ciò, le divisioni tra i vari strati sociali non erano affatto insuperabili. Esisteva infatti MOBILITA' SOCIALE, ed erano possibili ascese e declini che modificavano lo status giuridico dei singoli. Dobbiamo distinguere infatti tra la posizione giuridica di una persona e la sua collocazione sociale.

La popolazione delle città medioevali era quindi giuridicamente e socialmente composita: vi erano uomini al servizio del signore della città, mercanti che godevano della protezione del re durante i loro viaggi, ministeriali ovvero uomini di servizio di rango elevato. Molte delle persone che si recavano a vivere in città portavano con sé gli oneri e i legami cui erano sottomessi in campagna.

Le città in pieno sviluppo infatti, offrivano molteplici nuove possibilità per fondare un'attività produttiva o per crearsi una nuova vita. IL LAVORO FEMMINILE contribuì in larga misura allo sviluppo economico delle città medioevali; la stessa economia altomedievale sarebbe impensabile senza il contributo delle donne, ma è dagli inizi del dodicesimo secolo, con lo sviluppo dell'economia cittadina, che in Europa si registrarono essenziali trasformazioni nell'organizzazione del lavoro. Numerose donne tentarono la via del piccolo commercio di merci di propria produzione oppure acquistate da terzi o importate.

Grande e piccolo commercio spesso venivano esercitati da una stessa famiglia, per lo più alle donne era affidato il commercio al dettaglio, mentre gli uomini si muovevano altrove per affari di maggiore portata. C'è tuttavia anche un gran numero di donne che esercitavano in proprio il grande commercio.


L'età d'oro delle grandi commercianti europee comincia però solo nel XIV e XV secolo, quando anche nel resto d'Europa si diffonde il costume della partecipazione di donne alle società di commercio. Ma nonostante un numero relativamente alto di esempi di società commerciali a partecipazione femminile, questa forma di commercio restò piuttosto atipica per le donne, diffusa prevalentemente nei grandi centri di commercio su vasta scala e di esportazione. Per quanto riguarda il successo che le donne mercanti hanno avuto, si possono fornire solo indicazioni sparse: è un dato di fatto che per le donne fosse molto più difficile accumulare un patrimonio attraverso i commerci, vi erano donne che avevano depositi all'estero, a testimonianza dell'ampio raggio dei loro commerci. Molte erano le donne attive nel settore del commercio al dettaglio, spesso associate a coppia, e frequentemente tale attività era solo secondaria rispetto a quella prevalente di casalinga.

Naturalmente, le donne che si occupavano dei commerci a lungo raggio, data la necessità di stare assenti per lunghi periodi di tempo, non potevano invece occuparsi della casa e della famiglia. A sostegno di ciò si nota che, dall'alto al basso della scala sociale, le donne non restano così confinate in casa e sottomesse allo sposo quanto desidererebbero i mariti.

Non solo nel campo commerciale, ma anche nel settore contadino e artigianale, le donne sono attivamente impegnate. Inoltre, fin dalla più tenera età le donne erano educate a filare, a tessere, a cucire e ricamare senza posa. Questa incessante attività tessile ha certamente una funzione economica: risponde alla necessità del consumo domestico ed è anche volta verso la ricerca di guadagni che vengono dall'esterno.

Molte donne esercitano, soprattutto prima delle crisi del Trecento, un'attività più autonoma, fuori dalla famiglia; ed è per questo che quest'ultime si collocano fuori dall'ordine "naturale" assegnato al sesso femminile dalla società medievale. La loro reputazione quindi è senz'altro macchiata: vedove isolate, indigenti che guadagnano il loro pane filando, domestiche, recluse che vivono fuori da una comunità religiosa, tutte sono presto sospettate di cattiva condotta e facilmente accusate di prostituzione.

Senza dubbio questi motivi giustificano lo scarso numero delle lavoratrici autonome e delle donne che lavorano in proprio nell'artigianato e nel commercio.

Tali ambiti richiedevano una preparazione scolastica e professionale sempre più mirata, quindi restarono inaccessibili per le donne, la cui educazione si restringeva sempre più al campo familiare; ma sebbene i vincoli familiari e la vita matrimoniale mantenessero importanza verso la fine del medioevo, tuttavia nelle città tardo medioevali il numero delle persone non sposate era considerevole.

Si potevano trovare parecchie donne nubili nelle città, dove c'era un mercato del lavoro per il "gentil sesso" fino a quando erano fisicamente forti e in grado di lavorare. Proprio i lavori preliminari e marginali della produzione tessile erano tipici delle persone sole, ciò si nota ad esempio nella lingua inglese con la parola spinster, che oggi significa "zitella". In effetti queste donne erano legalmente ed economicamente indipendenti, però la loro posizione sociale era nella maggior parte dei casi molto bassa.

Chiedo scusa per la pesantezza dell'argomento, ma questa ricerca era una mia fissazione.

venerdì 14 agosto 2009

FRA CINQUECENTO ANNI SAREMO TUTTI NERI

Repubblica — 21 agosto 1993 pagina 21 sezione: CRONACA

L' EVOLUZIONE della specie umana è finita. L' uomo e la scimmia, i cui destini si divisero alcuni milioni di anni fa, rimarranno alla stessa "distanza genetica", che è molto piccola, per i prossimi millenni. Unico cambiamento atteso: il colore della pelle. Migrazioni, viaggi e mobilità crescente dell' umanità favoriranno gli incroci e tra cinquecento anni tutti dovremmo avere la pelle più scura. La "sentenza" è stata espressa al convegno mondiale di genetica in corso a Birmingham da uno dei biologi britannici più famosi, Steve Jones, professore all' University College di Londra. Secondo lo scienziato sono scomparse quelle condizioni che, secondo la teoria evoluzionistica inaugurata da Charles Darwin, determinano il progresso biologico di una specie. In sintesi, la teoria dice che ad ogni generazione, quando si trasferisce il patrimonio ereditario, si verificano un certo numero di mutazioni nei geni. Spontaneamente. La stragrande maggioranza non ha alcun effetto. Poche invece determinano una modificazione dell' organismo, più o meno evidente. Alcune sono indubbiamente sfavorevoli: basti pensare a quelle che causano le grandi malformazioni. Per altre invece è l' ambiente a decidere. Un esempio classico è l' anemia mediterranea: chi ha il gene mutato responsabile di questa malattia del sangue ha maggiori probabilità che i suoi figli abbiano la forma più grave e rapidamente mortale ed egli stesso ha qualche problema di anemia e di fegato. Ma è invulnerabile alla malaria. Non a caso sino a che in Italia vi erano zone malariche, uomini e donne col gene dell' anemia mediterranea vivevano e si riproducevano quanto gli altri, rappresentando una parte molto consistente della popolazione. Ora che la malaria non c' è più, chi ha questo gene ne soffre solo gli svantaggi e gli italiani con anemia mediterranea stanno diminuendo rapidissimamente. Le mutazioni genetiche quindi, se da una parte sono fonte di malattie, dall' altra sono il "motore" dell' evoluzione. Ma questi piccoli errori che avvengono durante il trasferimento del Dna ai figli stanno diminuendo per tre motivi che Jones ha voluto sintetizzare così: "La progressiva scarsità di genitori anziani, il tumultuoso aumento delle conoscenze mediche e l' invenzione della bicicletta". Il motore evolutivo delle mutazioni, ha ricordato il biologo, "accelera", con i relativi effetti patologici, al crescere dell' età dei genitori e della consanguineità delle unioni. "Al giorno d' oggi - ha detto Jones - se si comincia tardi ad avere figli, poi si finisce a 35 anni. La mobilità (di cui la bicicletta è stata il primo simbolo) ha progressivamente aumentato la distanza media tra le residenze dei due promessi sposi e la possibilità quindi che vi sia della consanguineità. In America siamo ormai a 500 chilometri. E la distanza è destinata a crescere: proprio per questo alla fine tutti avremo un po' di geni neri. Infine la medicina sta appiattendo la selezione naturale del meno valido geneticamente". Ma su quest' ultimo punto non tutti i biologi si sono detti d' accordo.

di ARNALDO D' AMICO

domenica 21 giugno 2009

MENO SOLIDARIETA' E PIU' GIUSTIZIA

Premetto che io non sono religiosa, o meglio, lo sono stata come tutti quelli che sono stati battezzati da piccolissimi senza la possibilità di esprimere il proprio parere e sono stati avviati al catechismo per perseguire regolarmente i sacramenti.

Da grande, mi sono resa conto dell'origine prettamente storica delle religioni e così ho smesso di frequentare la chiesa. Ciò non toglie che io possa apprezzare gli atteggiamenti di alcuni uomini di fede, specie quando si occupano di questioni sociali e umanitarie.

E' il caso di don Ciotti, cui è attribuita la frase che costituisce il titolo di questo post.

Egli infatti sostiene che vorrebbe un domani in cui la carità si fa di meno perchè non serve farla:
"perchè la casa, un salario, un'esistenza dignitosa saranno dati a tutti non come richieste di assistenza, ma come diritti, quegli stessi sanciti dalla Costituzione"

venerdì 12 giugno 2009

mercoledì 3 giugno 2009

Ai suoi elettori va bene così

C'è un articoletto, sul Venerdì di Repubblica del 29 maggio 2009, che riassume chiaramente, in poche e semplici parole, il quadro politico, elettorale e sociale dell'Italia di oggi.

Avrei voluto riassumerlo, commentarlo , ma non mi sono sentita all'altezza del compito.

Non è stato possibile neanche linkarlo. Per cui vi sottopongo alcuni stralci che mi sono sembrati particolarmente significativi.
L'articolo è di Curzio Maltese che cura la rubrica "Contromano".

"Perchè Berlusconi si affanna tanto in tv e sui giornali per
difendersi dalle accuse dei giudici e di sua moglie [....]?

Di sicuro non perchè abbia paura di perdere consensi in patria.

Ai suoi elettori va bene così.


Tutte le cose che sono state dette fino ad oggi, sia sulla sua vita privata che pubblica
"non hanno scalfito di una virgola il bulgaro gradimento".

[...] Di sicuro avrebbe perso valanghe di voti se avesse deciso di rinunciare allo scudo del lodo Alfano e si fosse lasciato processare come un
cittadino qualsiasi.

I gesti di civiltà in Italia sono ormai considerati intollerabili segni di debolezza.[...]


La gran parte ( dell'elettorato) non gli crede esattamente come non gli crede chi scrive, soltanto non gliene importa nulla.
[...] Corrompere i testimoni di un processo? Massì, ma no,

chi se ne frega.

[...] Le tv e i giornali delle grandi democrazie, descrivono il nostro premier come un Caligola da operetta. E' a questa platea che sono rivolte le sceneggiate da innocente.

Agli elettori italiani bastano e avanzano una
strizzatina d'occhio e due battute da caserma."


Ecco, io mi vergogno di appartenere ad un'Italia così.

giovedì 28 maggio 2009

Il discorso dello schiavo

Girovagando fra i blog, mi sono imbattuta su alcune considerazioni che riguardano il concetto di schiavitù inteso non nel significato storico di schiavitù reale cioè "la condizione per cui un individuo rimane privo di tutti i diritti di persona libera e viene considerato come proprietà di un altro individuo" (Wikipedia), ma come quel tipo di schiavitù più propriamente spirituale che manifesta uno stato di dipendenza più o meno cosciente da qualcosa o da qualcuno.

Nel blog di Giovanna Giugni è citata una frase di Indro Montanelli che fa riflettere molto, nel senso che ci fa capire come a volte essere schiavi (o servi) non implica necessariamente una violenza esterna da parte di qualcuno, ma è uno stato che si sceglie o per ignoranza o per negligenza o piuttosto perchè a volte ci fa comodo, nel senso che ci permette di vivere in quello stato di passività mentale cui la pigrizia a volte ci conduce.
La frase in questione è:

La servitù, in molti casi, non è una violenza dei padroni, ma una tentazione dei servi. (Indro Montanelli)


Interessanti considerazioni a questo proposito ho trovato anche nel blog di Coscienza Critica, cui rimando, e dal quale ho tratto l'indirizzo del video molto interessante che potete vedere semplicemente cliccando sul titolo di questo post.

Penso che questo argomento si presti a lunghe discussioni.

mercoledì 22 aprile 2009

RESIDUATO BELLICO


Napolitano: " La Costituzione non è un residuato bellico, ma va comunque ammodernata"

e anche se, continua il capo dello Stato, è "del tutto legittimo politicamente" verificare elementi di ulteriore rafforzamento dei poteri del governo, queste modifiche devono essere introdotte "sulla base di motivazioni trasparenti e convincenti".

Così come "in funzione della governabilità, non si possono sacrificare la divisione dei poteri, la pluralità dei partiti, la tutela delle minoranze politiche". Parole che richiamano il pensiero del filosofo Bobbio secondo cui "la denuncia della ingovernabilità tende a suggerire soluzioni autoritarie".
Tratto da la Repubblica ,data odierna

venerdì 3 aprile 2009

DONNE FANNULLONE

Condivido in pieno questo articolo apparso su La Repubblica in data odierna:

SE BRUNETTA BASTONA LE SIGNORE DELLA SPESA

Quando un uomo, anche se è un ministro come Brunetta, ficca il naso nei tempi delle donne e dice la sua e suggerisce, consiglia auspica o proibisce, vuole dire che non ha la minima idea di come esse vivano.

Di quali responsabilità siano gravate, di quanto siano sole nell´organizzazione pratica della famiglia, di quante a molte pesi non poter far carriera proprio perché la spesa qualcuno deve pur farla, e chissà come, nove volte su dieci tocca a loro. Anche se sono dipendenti statali. Facile fare il padrone, il capufficio, il ministro maschio che può dire «non voglio più»: di sicuro non vorrebbero neanche le donne, perché sanno che quel tran tran di corsa, cariche di odiosi sacchetti di plastica, allunga la distanza verso una promozione, le mette in condizione di inferiorità rispetto ai colleghi che al massimo, tranne qualche eccezione, se se la svignano dai famosi tornelli è per bere un caffè. Ancora più antipatico è sgridare le donne che lavorano come se fossero delle sciocchine perditempo, per trovare una scusa in più, in questo caso assurda, per mandarle in pensione più tardi, quando vanno gli uomini.
Vai a fare la spesa nell´orario di lavoro? Allora ti meriti di lavorare cinque anni in più, è questo il ragionamento dello scintillante ministro maschio che praticamente si sente padre padrone di intere categorie umane, e le bastona, metaforicamente, per rimetterle in riga. Può essere giusto ritenere disdicevole lasciare il lavoro per andare al supermercato, può essere anche logico pensare che l´età pensionabile dovrebbe essere uguale per tutti, uomini e donne. Ma dipende in che paese lo dici e lo pretendi, secondo il comportamento dei suoi uomini e i servizi che lo Stato assicura. Va bene forse in Svezia, (ma anche lì non sempre) dove già dalle scuole elementari i bambini ambosessi imparano i lavori domestici e dove l´assistenza alle lavoratrici, alle madri, ai bambini, a tutti, è estesa.
Delle famose pari opportunità rappresentate da noi da un gentile ministro che per sua fortuna di opportunità ne ha molte oltre la parità, se ne parla da decenni, un po´ ottenendole e un po´ perdendole, soprattutto ritagliandole a caso dove possibile. Siamo d´accordo che la spesa sarebbe meglio farla fuori dall´orario d´ufficio, anzi saremmo molto più contente di poterla fare con agio, confrontando prezzi e offerte, senza dover affannarsi per non perdere tempo. Ma chissà se il ministro maschio ha mai seguito una lavoratrice del tipo che disprezza per fannullaggine, di quelle che vanno e vengono per ore su autobus e treni, che portano i bambini a scuola dopo aver rassettato la casa, che al ritorno cucinano e stirano e fanno fare i compiti e fanno i conti per poi trovare il tempo di pagare le bollette e portare i bambini dal dentista, a preoccuparsi per i genitori, e curare il marito che solitamente, a 37,2 di febbre, si dichiara moribondo. Certo ci sono mariti che si danno da fare e sono più abili di una colf, ma anche quelli che si stravaccano davanti alla televisione in attesa che l´ingranaggio domestico funzioni perfettamente in mano probabilmente ai famosi magici sette nani.
Allora il ministro maschio dovrebbe ribaltare il senso delle sue villanate; non, prima lavori sino a 65 anni e non fai la spesa quando sei al lavoro, poi con i soldi che risparmiamo (non danno più lo stipendio?) ti diamo i famosi ammortizzatori sociali che nessuno sa bene cosa siano. Come se lo dicesse la Littizzetto: ministro, cominci a mettere le donne in condizione di non doversi sbattere tutto il giorno per stipendi modesti magari fornendo ogni indispensabile servizio sociale, poi chieda loro di fare la spesa dopo il lavoro e di lavorare qualche anno in più. Lei fa parte di un governo delle libertà (anche se praticamente le sta togliendo tutte), efficiente, moderno, sorridente, in grado di superare ogni crisi: cominci allora anche lei a non dire cose da anni ´50, a frenare il suo fastidio per le donne, che non si usa più, neppure tra ministri. Quanto alle ragioni per cui le donne vincono i concorsi ma non fanno carriera, la ringraziamo di averlo notato e di essersi chiesto come mai: sapesse quanto se lo chiedono anche loro, con grande amarezza, ma tutte le risposte risultano insufficienti e bugiarde.

Natalia Aspesi


Mi piacerebbe sentire le vostre opinioni sull'argomento.

PER NON MORIRE

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marcia, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi e’ infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare. Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicita’.
(Pablo Neruda)