mercoledì 8 luglio 2009
OLTRE L'HOMO ECONOMICUS
E' la prima volta che mi interesso di un'enciclica.
Forse sarà il momento in cui è stata pubblicata o la presenza di una crisi economica così grave da spingere a cercare di saperne di più.
I temi trattati sono su tutti i giornali: la dignità del lavoro, la condanna del capitalismo sfrenato e senza regole, il richiamo all'etica, la redistribuzione delle risorse, ecc. temi condivisibili da più parti.
Ma, cercando di documentarmi un pò meglio sui problemi economici,per quanto io abbia scarse conoscenze in merito, mi è capitato fra le mani un manuale di storia del pensiero economico e, dopo una sfogliata più o meno superficiale, mi sono soffermata sull'ultimo paragrafo che così riassumo:
Una cosa che accomuna gran parte degli economisti contemporanei, a dispetto della diversità degli orientamenti teorici, è l' interesse per i presupposti ANTROPOLOGICI del discorso economico.
Riconoscendo limitata la concezione che il BENE UMANO coincida con il bene economico, si tende ad ammettere che in un individuo vi possano essere molteplici impulsi e sentimenti che non sono riducibili all'angusto calcolo dell'interesse egoistico.
L'economia dunque non è una scienza in sè; è lo studio di un ASPETTO della vita dell'uomo in società, per cui il sapere economico non può restare avulso dalle altre filosofie sociali , nè i problemi sociali devono essere trattati come mere questioni tecniche e non come un aspetto della generale ricerca della Buona Vita.
lunedì 6 luglio 2009
AFORISMA N. 1
"Abbiamo bisogno della libertà per impedire che lo Stato abusi del suo potere e abbiamo bisogno dello Stato per impedire l'abuso della libertà. "
Karl Popper, La lezione di questo secolo, Venezia 1992
CLICCA SUL TITOLO PER VISUALIZZARE IL LINK
domenica 5 luglio 2009
GEOLOCATION
Cosa mai ci troveranno di interessante gli svedesi nel mio blog?
Fino a quando c'era mio figlio,che vi ha studiato un anno, avrei potuto pensare che il visitatore fosse lui (cosa peraltro molto improbabile).
Egli è rimasto tuttora molto entusiasta della Svezia.
Che ci sia lì qualche affinità con la Sicilia? Che sia una questione di telepatia? Non me lo spiego proprio!
giovedì 2 luglio 2009
TEMPO DI VACANZE
venerdì 26 giugno 2009
IL PUNTO SU DESTRA E SINISTRA
Riguardo la mia collocazione ideologica, le prime due parole della destra non mi hanno mai detto molto, mentre Famiglia sì, ed ho preso alla lettera il trinomio della sinistra. Risultato: una collocazione che presumo di Centro-Sinistra.
Oggi le cose sono veramente cambiate: destra e sinistra tendono sempre più a convergere verso il Centro, ed io non mi sento un'estremista.
Per cui ho deciso di fare il punto sull'evoluzione storica delle due concezioni citate.
Tutto cominciò, come è noto, nel 1789, quando le due posizioni trassero il nome dalla rispettiva collocazione sugli scranni dell'Assemblea Costituente.
All'inizio il dibattito tra destra e sinistra riguardava i sostenitori della monarchia da una parte e i fautori della repubblica dall'altra, con al centro comunque i sostenitori della monarchia costituzionale.
A partire dagli anni 1880, tale dibattito contrapponeva i sostenitori di una concezione "clericale" dell'ordine sociale, a quelli che concepivano una impostazione puramente laica, ed è quello che ha caratterizzato per vari decenni, la connotazione politica della destra e della sinistra.
A partire dal 1830, quando il capitalismo si impose alle forme economiche ereditate dal passato, grazie alla rivoluzione industriale, contemporaneamente al dibattito religioso, si svolgeva quello sociale caratterizzato dalla lotta di classe tra la borghesia e il proletariato, dibattito che è venuto via via intensificandosi grazie alla nascita del socialismo e allo sviluppo del movimento operaio.
Dopo la pausa della prima guerra mondiale, a partire dal 1917,tale dibattito si è risollevato con forza, grazie (o a causa?) della realizzazione del comunismo sovietico.
Dal 1920 fin quasi ai nostri giorni, essere di sinistra ha significato non più essere repubblicani, poichè tutti lo sono, non più essere laici, perchè vi sono dei cattolici di sinistra, ma essere socialista o comunista, cioè concepire , in forma rispettivamente riformista o rivoluzionaria, la pianificazione e l'intervento dello Stato nell'economia, dato che l'obiettivo è quello di garantire l'emancipazione collettiva attraverso la collettivizzazione dei mezzi di produzione.
Questo progetto è crollato dopo la scomparsa del modello sovietico, mentre la classe operaia, divenuta sempre più riformista e fautrice del consumismo, è diminuita quantitativamente per effetto della trasformazione tecnologica che ha favorito una crescente migrazione di lavoratori dal settore dell'industria a quello dei servizi.
Negli ultimi anni, la progressiva cancellazione dei fattori discriminanti le connotazioni di destra e sinistra è avvenuta in modo velocissimo, anche se ancora permane una certa identificazione tra destra = conservatori e sinistra=progressisti.
Ma, se si guarda alla situazione attuale, è la destra che ha assunto connotazioni progressiste, mentre la sinistra, spesso priva di punti di riferimento, si connota talvolta come conservatrice assumendo posizioni molto critiche nei confronti di questo progresso tecnologico, come è il caso dei verdi.
Anche lo stesso concetto di uguaglianza delle condizioni viene visto da numerosi uomini della sinistra come irrealizzabile e forse nemmeno auspicabile e si comincia a distinguere tra disuguaglianze "giuste" o "ingiuste".
D'altra parte nemmeno la destra è disposta a sacrificare il futuro del nostro pianeta al progresso tecnologico.
E allora? Si va forse verso il pensiero unico? O forse l'unica distinzione ancora possibile è fra quelli che capiscono e quelli che non capiscono, fra gli intelligenti e quelli che si adeguano, fra i leader e i gregari, frai i colti e gli incolti e in quest'ambito, qual'è la collocazione dei più ,diciamo, dotati, destra o sinistra?
O forse la distinzione riguarderà gli onesti e i disonesti? Non mi sembra una strada perseguibile. Sono molto confusa.
lunedì 22 giugno 2009
CONSIDERAZIONI SULLE TENDENZE IDEOLOGICHE ATTUALI
Nel dibattito teorico contemporaneo, mi sembra sia ancora presente e assai rilevante una corrente di pensiero che, rifacendosi direttamente a Nietzsche, non solo afferma che “dio è morto”, ma ci ricorda anche che il mondo reale NON ESISTE, COME NON ESISTE UNA CONOSCENZA UMANA OGGETTIVA.
Secondo questa impostazione NICHILISTA , la cultura occidentale avrebbe conquistato piena consapevolezza critica dell’inesistenza di QUALUNQUE FONDAMENTO, proprio perché avrebbe compreso che il proprio argomentare è sempre, ed inevitabilmente, dipendente dalle situazioni storiche e culturali.
Nella cultura post-moderna questa deriva nichilista ha assunto la fisionomia di un movimento che fa dell’assenza di ogni possibile fondamento l’elemento decisivo per la liberazione dell’uomo.
In questa prospettiva , ciò che libererebbe l’uomo sarebbe proprio l’assenza del fondamento: non sarebbe mai la conoscenza di ciò che è reale a liberare l’uomo, come insegnava Socrate sostenendo che la virtù è conoscenza, perché, al contrario, la verità coinciderebbe esclusivamente con ciò che ci libera (e quindi sarebbe soggettiva).
In altri termini il post-moderno disconosce completamente la possibilità stessa della conoscenza oggettiva (che interpreta in modo assolutistico e metafisico, quale conoscenza dotata di un fondamento assoluto) e sostituisce all’esigenza conoscitiva un’esigenza liberatoria basata sulla soggettività desiderante.
Questa composita tradizione di pensiero –che ha attraversato fasi e forme profondamente differenziate– ha sviluppato nel suo seno, con largo anticipo rispetto alle riflessioni del nichilismo contemporaneo, una profonda consapevolezza della necessità di ripensare fin dal principio la natura e lo scopo del sapere umano, nonché il valore pienamente etico del razionalismo conoscitivo tecnico-scientifico.
In questa prospettiva, la scoperta dell’impossibilità umana di accedere ad un sapere fondato in modo assoluto e intrascendibile, non implica affatto la negazione dell’oggettività della conoscenza.
domenica 21 giugno 2009
MENO SOLIDARIETA' E PIU' GIUSTIZIA
Da grande, mi sono resa conto dell'origine prettamente storica delle religioni e così ho smesso di frequentare la chiesa. Ciò non toglie che io possa apprezzare gli atteggiamenti di alcuni uomini di fede, specie quando si occupano di questioni sociali e umanitarie.
E' il caso di don Ciotti, cui è attribuita la frase che costituisce il titolo di questo post.
Egli infatti sostiene che vorrebbe un domani in cui la carità si fa di meno perchè non serve farla:
"perchè la casa, un salario, un'esistenza dignitosa saranno dati a tutti non come richieste di assistenza, ma come diritti, quegli stessi sanciti dalla Costituzione"